Digital omnibus, editori e media: da revisione Gdpr danni miliardari

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ROMA (Public Policy Bytes) – La proposta di Digital omnibus della Commissione europea potrebbe comportare “ingenti danni economici per il comparto digitale”, causando una rilevante riduzione dei ricavi pubblicitari e costituendo “un ostacolo concreto allo sviluppo e all’utilizzo dell’intelligenza artificiale in Europa”. È il monito di Iab Italia, costola italiana dell’Interactive Advertising Bureau, associazione di categoria che rappresenta oltre 600 aziende della comunicazione e della pubblicità in Unione europea e negli Stati Uniti.

Pur apprezzando lo sforzo compiuto dal legislatore per semplificare la regolamentazione del digitale, l’organizzazione sostiene che il pacchetto normativo, nella sua attuale formulazione, appaia inadeguato a conseguire il suo stesso scopo: sostenere l’innovazione e favorire l’accesso a dati di alta qualità. A tal riguardo, Iab sollecita le istituzioni italiane ad assumere “con la massima urgenza una posizione chiara e decisa” a tutela del settore digitale del Paese.

Nel dettaglio, l’organizzazione ravvisa particolari criticità in alcune disposizioni della proposta, che rischia di causare “frammentazione e sovrapposizione normative tra l’AI Act e il Regolamento generale sulla protezione dei dati (Gdpr)”. Sul tema dei cookie e delle tecnologie di tracciamento, la disposizione contenuta all’articolo 88 bis del provvedimento ”rischia di frenare l’innovazione e aggravare il cosiddetto affaticamento da consenso” – spiega Iab, che suggerisce di “ampliare le esenzioni dall’obbligo di consenso per quelle attività che presentano un impatto limitato sulla privacy degli utenti”, come raccomandato da Comitato e Garante europeo per la protezione dei dati (Edpb/Edps) nel suo parere sul Digital omnibus. Le modalità di rinnovo del consenso, per come vengono formulate dalla norma, risulterebbero così “difficilmente applicabili nella pratica” e rischierebbero di “imporre obblighi sproporzionati senza reali benefici aggiuntivi rispetto alle tutele già previste dal Gdpr”.

Ingenti danni economici sarebbero poi cagionati dalla proposta di introdurre una gestione centralizzata del consenso a livello di browser, con una riduzione dei ricavi pubblicitari di 40-50 miliardi di euro nell’Unione Europea, pari al 30-35% a parità di spesa, e una perdita annua compresa tra i 600 e gli 800 milioni di euro per ogni ulteriore diminuzione dell’1% del tasso di consenso prestato dagli utenti. Segnalando un’indagine commissionata dall’autorità privacy francese, Iab sottolinea infatti che “il 69% degli utenti non adotta sistematicamente le stesse scelte di consenso a seconda del servizio online utilizzato”. Inoltre, l’introduzione del sistema Apple app tracking transparency (Att) ha comportato una riduzione dei tassi di consenso compresa tra il 60% e il 65% in sette Paesi dell’Ue; dato, questo che l’organizzazione reputa “prudenziale rispetto a modelli di consenso a livello di browser caratterizzati da un’unica scelta valida per tutti i siti web”.

“Un impatto di tale portata appare difficilmente conciliabile con gli obiettivi di crescita, innovazione e rafforzamento della competitività europea”, conclude l’associazione, invitando il legislatore a riprendere le indicazioni strategiche dei report di Mario Draghi ed Enrico Letta sulla competitività e sul futuro del mercato unico, che “richiamano l’esigenza di un quadro normativo che favorisca realmente la circolazione di innovazione, conoscenza e dati nel mercato unico, superando frammentazioni e incoerenze”.

Il monito di Iab è condiviso anche dalle principali associazioni dell’editoria e dei media europei. In un comunicato, infatti, le organizzazioni si dicono altrettanto preoccupate per la plausibile riduzione dei ricavi e sostengono che le disposizioni sul consenso previste dall’articolo 88 “aumentano la complessità e ne minano la sostenibilità”, introducendo “limitazioni che appaiono sproporzionate e inapplicabili”. (Public Policy Bytes) DVZ