Il G7 e la sicurezza dei minori online, tra impegni e pressioni sull’industria

0

ROMA (Public Policy Bytes) – Il 17 giugno, mentre il governo del Regno Unito si apprestava ad annunciare un divieto d’accesso ai social per gli under 16 ricalcato dal modello australiano, i leader del G7 siglavano a Evian un appello congiunto sulla tutela dei minori nell’ambiente digitale che si distingue dalle precedenti trattazioni della diplomazia multilaterale sul tema per approccio e ampiezza dello spettro coperto.

Il documento, che il 29 maggio aveva ottenuto anche il placet della Commissione europea, rappresenta “la prima volta” in cui il gruppo dei 7 ha concordato “principi comuni per la protezione dei minori online, ispirati direttamente all’approccio pionieristico dell’Ue in materia di sicurezza digitale per i bambini”, sottolinea Bruxelles in una nota. L’adesione di 5 paesi partner – Brasile, Egitto, India, Kenya e Corea del Sud – amplia la portata simbolica e il perimetro del documento come primo tentativo di fissare degli standard internazionali per la governance digitale con riferimento agli adolescenti, sebbene le differenze nel quadro normativo tra i Paesi restino significative.

Il quadro comune, seppur non vincolante, non si limita a ribadire la ferma condanna alla generazione, manipolazione e distribuzione di materiale pedopornografico, definita “principio non negoziabile” anche nell’ambito dello sviluppo dell’IA, ma affronta anche questioni più sfumate e politicamente controverse, come le funzionalità delle piattaforme volte a massimizzare il coinvolgimento degli utenti, che possono indurre dipendenza e comportamenti nocivi. L’approccio riflette, dunque, un orientamento che va oltre la semplice richiesta di rimuovere i contenuti illegali, investendo direttamente il modello di business delle piattaforme.

Un punto di particolare rilevanza della dichiarazione, infatti, riguarda le aspettative poste sui fornitori di servizi digitali, che vengono esplicitamente chiamati a implementare approcci “safe-by-design” e impostazioni di sicurezza attivate per default, oltre che a sviluppare meccanismi efficaci di verifica dell’età, preservando al contempo la privacy degli utenti, applicare sistemi di raccomandazione che privilegino contenuti adeguati all’età, garantire misure di rilevamento e rimozione dei contenuti illeciti e adottare salvaguardie contro il reclutamento online di minori da parte di organizzazioni criminali ed estremiste. L’equilibrio tra verifica dell’età e tutela della privacy rimane uno dei nodi più complessi, su cui i governi del G7 non offrono soluzioni prescrittive, rimandando alle rispettive giurisdizioni nazionali.

Altro elemento significativo è l‘inclusione esplicita dei sistemi di IA conversazionale nel perimetro della tutela dei minori. I leader riconoscono le opportunità educative e di sviluppo offerte da questi strumenti, ma segnalano i rischi per il benessere e la sicurezza dei giovani utenti, chiedendo, anche in questo caso, ai provider di implementare “in modo tempestivo” impostazioni di sicurezza predefinite, strumenti di controllo parentale e soluzioni di verifica dell’età. La specificità del riferimento ai chatbot di IA – settore in rapidissima espansione – segnala l’intenzione del G7 di anticipare l’adattamento regolatorio rispetto allo sviluppo tecnologico.

L’appello riconosce, ad ogni modo, gli sforzi del settore per rafforzare l’affidabilità e l’interoperabilità degli strumenti di autenticazione della provenienza dei contenuti, con riferimento implicito a tecnologie come l’etichettatura digitale di immagini e suoni realizzati artificialmente. Il tema interseca direttamente la questione dei deepfake a contenuto sessuale, per i quali i leader chiedono misure di rilevamento e rimozione dai social media, con un’attenzione specifica all’impatto sproporzionato su ragazze e giovani donne.

La dichiarazione di Évian si inserisce in un trend più ampio di convergenza regolatoria internazionale sulla tutela dei minori online, con l’Australia che ha annunciato un rafforzamento delle disposizioni del suo Online safety amendment act, a fronte di risultati attualmente al di sotto delle aspettative. A tal riguardo, l’università di Newcastle ha pubblicato sul British medical journal una ricerca che evidenzia come l’86% dei minori di 16 anni in Australia abbia continuato ad accedere alle piattaforme nei primi 3 mesi dall’imposizione del divieto. La stessa eSafety commission, in un report di aprile, aveva ammesso che, a gennaio 2026, 7 ragazzi su 10 ancora accedevano ai social.

Destino incerto, invece, per il pacchetto presentato dal Regno Unito, alla luce delle dimissioni del premier Starmer. Difficoltà anche per la proposta di Macron, sotto la cui presidenza si è svolto il summit di Evian: la versione del testo voluta dall’Eliseo, dopo essere stata approvata dall’Assemblea nazionale, è stata rispedita dal Senato alla camera bassa per divergenze su alcuni passaggi chiave della misura, come la portata dei divieti. Provvedimenti affini a quello australiano sono invece in vigore in Indonesia, Malesia ed Emirati Arabi Uniti. In Italia, infine, il ddl bipartisan presentato in Senato da Mennuni (FdI) e Malpezzi (Pd) è fermo in commissione Ambiente. La premier Meloni, proprio a margine del summit di Evian, si è detta “non contraria” a introdurre un limite d’età, precisando tuttavia di “non essere convinta che la proposta, da sola, sia risolutiva del problema”. (Public Policy Bytes) DVZ