Minori e dipendenza dai social, Meta a giudizio nel Massachusetts

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ROMA (Public Policy Bytes) – La corte suprema del Massachusetts ha stabilito che Meta dovrà rispondere in giudizio a una causa intentata dalla procuratrice generale dello Stato, che accusa la controllante di Facebook e Instagram di aver deliberatamente indotto dipendenza nei minori integrando nei propri social media delle funzioni progettate a tale scopo.

Il tribunale ha infatti ritenuto che la società guidata da Mark Zuckerberg non può appellarsi allo scudo legale tradizionalmente offerto alle piattaforme digitali dalla Sezione 230 del Communications decency act, legge federale del 1996, per chiedere l’archiviazione della causa. La norma in questione esonera le piattaforme dalla responsabilità legale di ciò che viene pubblicato su di esse da terzi, evidenziando la differenza tra queste e gli editori. Tuttavia, i giudici di Boston hanno stabilito che le tutele fornite dalla Sezione 230 non si estendono alle scelte consapevoli che Meta ha compiuto nella progettazione degli algoritmi che governano i suoi social network.

La corte ha chiarito che l’azione legale intentata dalla procuratrice non mira a considerare Meta alla stregua di un editore, ma intende perseguire i danni derivanti dalle condotte contestatele. Secondo i capi d’accusa, Meta avrebbe infatti adottato pratiche commerciali scorrette e ingannevoli, introducendo su Instagram e Facebook una serie di funzionalità algoritmiche e di design, tra cui lo scorrimento infinito e la riproduzione automatica dei contenuti e i sistemi di “ricompensa variabile intermittente”, come le notifiche push e il meccanismo dei like.

L’accusa sostiene che tali caratteristiche siano state appositamente ingegnerizzate per sfruttare la vulnerabilità neurologica dei giovani utenti, regolandone il rilascio di dopamina per aumentare il tempo trascorso sulla piattaforma al fine di trarne profitto. La sentenza evidenzia dunque che la causa intentata riguarda le funzionalità stesse delle piattaforme, in quanto capaci di indurne un uso compulsivo nei ragazzi. Sarebbe, questo, un meccanismo che prescinde dal contenuto specifico dei contenuti pubblicati dagli utenti.

È la seconda volta, in poco più di due settimane, che un tribunale nega al colosso di Menlo Park di avvalersi dello scudo della Sezione 230. Il 25 marzo, infatti, era stato un giudice di Los Angeles a condannare l’azienda a risarcire 6 milioni di dollari a una ventenne per i danni che le avrebbe provocato l’architettura delle piattaforme attraverso le stesse funzioni contestate a Meta dalla corte del Massachusets.

Il giorno prima, un altro procuratore generale – stavolta del New Mexico – aveva riportato una vittoria sulla società. Una giuria di Santa Fè, in quel caso, aveva irrogato a Meta una sanzione di 375 milioni di dollari, giudicandola colpevole di aver violato il New Mexico unfair practices act, legge statale sulle pratiche commerciali scorrette, poiché avrebbe ingannato gli utenti circa la sicurezza delle sue piattaforme e facilitato lo sfruttamento sessuale dei minori. (Public Policy Bytes) DVZ