Minori, le proposte per regolamentare i social: in Parlamento e a Chigi

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ROMA (Public Policy Bytes) – Sette adolescenti australiani su dieci sono ancora attivi sulle piattaforme social, aggirando il divieto per i minori di 16 anni disposto dal Governo di Canberra ed entrato in vigore lo scorso dicembre. A rilevarlo è la eSafety commission, autorità garante della sicurezza online del Paese, in un report di fine marzo che certifica le difficoltà affrontate dal legislatore nel regolamentare efficacemente il fenomeno.

A dispetto degli esiti, la policy australiana – prima al mondo nel suo genere – si è imposta come un benchmark per i decisori pubblici a livello globale: dall’Indonesia, che ha introdotto una misura affine a marzo, ai Paesi europei, alcuni dei quali procedono più rapidamente di altri nell’iter di approvazione di una qualche forma di divieto.

Si moltiplicano, nel frattempo, le proposte al vaglio del Parlamento italiano, nessuna delle quali sembra poter approdare presto in aula. Primo, in ordine cronologico, è il ddl a prima firma della senatrice di Fratelli d’Italia Lavinia Mennuni e sottoscritto, in ottica bipartisan, dalla senatrice del Pd Simona Malpezzi, poi depositato anche alla Camera dalla collega Marianna Madia. Il testo prevede la nullità dei contratti stipulati tra le piattaforme e i minori di 15 anni, a meno che i genitori non abbiano prestato consenso esplicito. Il compito di individuare le modalità con cui accertare l’età degli utenti è affidato all’Agcom, ricorrendo a un mini-portafoglio dell’identità digitale compatibile con l’atteso digital identity wallet dell’Unione europea. Presentato a maggio 2024, il ddl è fermo in commissione Ambiente al Senato da ottobre 2025. La trattazione, come da ordine del giorno, avrebbe dovuto proseguire l’8 aprile, ma i lavori sono terminati senza la ripresa della discussione.

Dello stesso tenore la proposta depositata a gennaio dalla Lega, a prima firma della deputata Giorgia Latini, che fissa anch’essa un limite a 15 anni per l’accesso alle piattaforme, ma che estende fino al compimento della maggiore età la necessità del consenso genitoriale verificabile; anche in questo caso, con dettagli tecnici definiti da Agcom. L’iter del testo alla Camera, tuttavia, non è ancora iniziato.

Maggiore flessibilità, invece, è offerta dalla proposta di Noi Moderati, depositata in entrambe le Camere a marzo, a prima firma della senatrice Gelmini e della deputata Carfagna. Il testo, anch’esso ancora da assegnare alle commissioni competenti, opera una distinzione per fasce d’età, con un divieto d’accesso generalizzato per i minori di 13 anni e l’introduzione di un regime tutelato per gli under 16. Per questi, infatti, la misura prevede che le piattaforme attivino di default una modalità privata e sanciscano il divieto di contatto da parte degli altri utenti maggiorenni, oltre che la limitazione dei sistemi di raccomandazione basati su algoritmi.

Il ruolo degli algoritmi è poi il cardine del ddl contro la manipolazione e l’influenza da questi esercitata, a prima firma dei senatori del Pd Antonio Nicita e Lorenzo Basso, depositato anch’esso a fine marzo e che differisce dalle altre proposte per oggetto e disposizioni. Con un approccio innovativo, che prende le mosse da alcune recenti sentenze dei tribunali statunitensi, la proposta non si concentra sui contenuti ospitati dalle piattaforme, ma mira a renderle responsabili giuridicamente degli algoritmi che queste sviluppano e con i quali dettano, appunto, la diffusione dei contenuti stessi. Introducendo tre “condotte algoritmiche vietate”, il testo dispone la verifica dell’età a livello di sistema operativo dei dispositivi per tutelare i minori e obbliga le aziende a impostare di default una modalità che non profila gli utenti. Divieti e obblighi non sono dunque in capo agli adolescenti e alle famiglie ma alle aziende, che devono garantire loro un ambiente online protetto.

Il limite più rigoroso, invece, è contemplato dal ddl depositato anch’esso a fine marzo dalla senatrice di Forza Italia Daniela Ternullo, che prevede il divieto di uso degli smartphone fino al compimento dei 13 anni.

Differente, infine, la proposta della deputata d’Azione Giulia Pastorella. Come per il ddl Nicita-Basso, l’onere ipotizzato è in capo alle aziende. In questo caso, tuttavia, i destinatari del provvedimento non sono i social media, ma le società che sviluppano chatbot di intelligenza artificiale, su cui cadrebbe l’onere di verificare l’età degli utenti e limitare la memoria dei propri modelli di IA a un massimo di 5 giorni nelle conversazioni con i minori, per prevenire lo sviluppo di legami affettivi tra i ragazzi e la macchina.

Nel frattempo, il Governo sarebbe al lavoro su un suo testo, intestandosi così la paternità di una misura che confermerebbe a 15 anni l’età minima per la presenza sulle piattaforme considerate nocive, accompagnata tuttavia da una serie di previsioni che vanno ben oltre. Secondo quanto scrive Valentina Pigliautile sul Messaggero, che ha visionato una prima bozza, l’Esecutivo starebbe infatti ragionando a utenze telefoniche mobile apposite per i minori, che prevedano dunque una verifica dell’età a monte e limitino l’uso del cellulare alle chiamate vocali e alla messaggistica solo con i contatti autorizzati dai genitori.

Allo stesso modo, a distributori e rivenditori di dispositivi quali smartphone e tablet potrebbe essere richiesto di attivare i sistemi di controllo parentale al momento dell’acquisto, così come i produttori potrebbero dover implementare sistemi di parental control con limiti diversi in base alle fasce d’età degli utenti. La vigilanza sul tutto – spiega ancora il quotidiano – spetterebbe ai genitori, sui quali graverebbero persino delle sanzioni amministrative in caso di mancata richiesta di attivazione dei sistemi. (Public Policy Bytes) DVZ