ROMA (Public Policy Bytes) – Cresce la schiera di Paesi in procinto di adottare misure per regolare l’accesso dei minori ai social media. Molte le proposte al vaglio del parlamento italiano, a cui potrebbe presto aggiungersi un testo del Governo, per ora in fase embrionale. Tra queste, il ddl contro la manipolazione e la dipendenza generata dagli algoritmi, depositato dai senatori del Pd Antonio Nicita e Lorenzo Basso, affronta il tema con un approccio differente. Il testo prende le mosse da alcune recenti sentenze con cui i tribunali statunitensi hanno attribuito per la prima volta alle piattaforme la responsabilità giuridica non dei contenuti da esse ospitati, ma degli algoritmi alla base della loro progettazione.
Public Policy ha approfondito i contenuti del ddl con il senatore Nicita.
D: Un report della eSafety commission australiana certifica che 7 ragazzi su 10 nel Paese sono ancora presenti sui social, aggirando il divieto entrato in vigore a dicembre 2025 tramite Vpn e sistemi affini. Il vostro ddl, a differenza di altri testi al vaglio del Parlamento, non impone un divieto di accesso generalizzato ai social da parte dei minori ma prevede la verifica dell’età a livello di sistema operativo dei dispositivi. In che modo crede che questa saprebbe offrire maggiori garanzie?
R: La facilità di aggirare certi divieti con le Vpn è molto alta. Dal punto di vista dell’age verification, pensiamo che debba essere sviluppato un sistema che metta insieme due elementi. Il primo è avere un intermediario, un po’ come succede con la banca a cui si forniscono i propri dati; questi, con l’obbligo di rispettare il Regolamento generale sulla protezione dei dati (Gdpr) e le altre norme sulla privacy, restituisce un token, un codice per accedere a determinate app. Questo codice non deve essere richiesto app per app, altrimenti non avrebbe senso. Suggeriamo, invece, che ci sia uno screening ad alto livello, cioè nei sistemi operativi come iOS e Android, intervenendo così nel momento in cui si ospita un’app nello store. Fornendo questo codice al momento del download, si verifica se l’utente può scaricare o meno quel tipo di applicazione. Prevediamo anche un’altra disposizione: oggi possiamo scaricare sullo smartphone qualunque tipo di app, ma se la vogliamo cancellare non è altrettanto facile. Gran parte delle disattivazioni prevede che si vada sul sito dello sviluppatore: si tratta di una procedura asimmetrica rispetto a quella di attivazione.
Il nostro progetto è complementare a quello di chi sta ragionando a dei divieti. Pensiamo che l’ambiente debba essere bonificato non solo lato contenuti, ma soprattutto dal punto di vista del design algoritmico. Tutta la letteratura converge sul fatto che gli algoritmi sono cambiati rispetto a 15 anni fa, seguendo le innovazioni portate soprattutto da TikTok: lo scrolling continuo, l’autoplay e la maggiore visibilità data ai contenuti negativi o che stimolano contrapposizione. È un disegno algoritmico preciso, su cui bisogna aprire un vero meccanismo di trasparenza e di analisi degli impatti con soggetti terzi.
Un esempio è WhatsApp: in seguito a gravi violenze accadute in India e Myanmar dovute alla diffusione di messaggi e foto, la piattaforma ha introdotto la limitazione del numero di inoltri. Secondo i dati dell’azienda, ciò ha ridotto la viralità di circa il 70%. Ciò dimostra quanto siano importanti le scelte algoritmiche, che incidono sui meccanismi di dipendenza nello stimolare l’attenzione costante degli utenti senza capacità di controllo. La nostra ambizione è bonificare l’ambiente, salvare ciò che è utile della tecnologia e capire se questa produce meccanismi di assuefazione e di dipendenza, soprattutto per i minori. Piuttosto che vietare, la cosa più urgente è sistemare ciò che si è rotto e porlo come tema politico.
D: Il vostro approccio – sottolineava – sarebbe complementare a un divieto. In questo momento, è ancora da capire di quale divieto si tratterebbe.
R: Bisogna capire quale divieto e come applicarlo. Alcune proposte vorrebbero rendere più efficace il parental control, e va benissimo, ma la capacità tecnologica di bypassare certi divieti è molto facile. È una risposta ci mette la coscienza a posto, perché ci illude che da quel momento in poi magicamente tutto si risolve, ma è appunto molto facile da aggirare. Il divieto, poi, genera una sorta di incentivo per la società e i genitori a stare tranquilli e per le piattaforme a continuare a fare come prima, o peggio di prima, sul design algoritmico. L’ambiente è tossico perché gli algoritmi spingono proprio verso contenuti tossici, ed è lì che bisogna agire. I divieti possono essere complementari alla regolamentazione degli algoritmi, ma non illudiamoci che da soli possano risolvere il problema. Introdurre dei divieti senza agire sulla dipendenza e sulla manipolazione algoritmica finirebbe per salvaguardare una fascia di minori, ma peggiorerebbe il resto della società. Le due cose vanno fatte assieme.
D: Non crede che il moltiplicarsi di proposte in tal senso rischi di provocare un collo di bottiglia, senza approdare a nulla di fatto?
R: Non credo. Avere tante proposte è utile per far capire che questo è un tema urgente per la società. Il Parlamento avrà occasione di valutare i diversi disegni di legge, lo scopo è far partire un dibattito giusto. C’è un altro elemento fondamentale nel nostro ddl, che va enfatizzato: introduciamo la responsabilità civile per i danni da dipendenza algoritmica, diamo una qualificazione giuridica alla questione per la prima volta. È una grande novità che emerge dagli Stati Uniti e serve a far capire che c’è un sistema di sanzioni e responsabilità per eventuali danni, spostando il tema dall’accesso agli effetti. Introduciamo il principio, presente anche in Australia, della duty of care: quando si disegnano gli algoritmi e si raccolgono i dati, ci deve essere l’obbligo di scegliere sempre la soluzione meno invasiva rispetto ai rischi.
D: Da un punto di vista più sociologico, non crede che, vista l’assuefazione ai dark pattern delle piattaforme, si sia generata una sorta di “sindrome di Stoccolma” per cui l’utenza si opporrebbe alla rimozione dai social di quella spinta algoritmica a cui assistiamo?
R: Sicuramente è così. Ormai siamo dentro questa esperienza d’uso e ci siamo abituati. È come quando ci si abitua a mangiare junk food: è difficile rinunciarvi anche se è nocivo, ma se serve per la salute mentale e per l’ecosistema digitale, si deve poter fare. Tutti noi, adulti compresi, aspettiamo il like o il commento: sono meccanismi che generano ansia, rilasciano dopamina e sono molto simili a quelli del gioco d’azzardo. Avere questi algoritmi nello smartphone è un po’ come avere una slot machine. Dobbiamo usare al meglio la tecnologia senza essere intrappolati in questo gioco di gratificazione, definito in psicologia “rinforzo variabile”. Dobbiamo restituire alle persone la libertà di controllare: se un adulto vuole lasciare tutto così com’è ed essere profilato può farlo, ma non deve essere l’impostazione di default del sistema.
D: A proposito dei citati meccanismi di gamification, avete pensato di includere nella lista delle piattaforme da regolamentare anche quelle videoludiche come Roblox?
R: Nel nostro ddl non c’è una lista di piattaforme, ma di problemi, e si affida all’Agcom il compito di redigere delle linee guida. Se contestiamo la gamification su social e altre app, interverremo a maggior ragione dove c’è la gamification pura, tanto più che molte di queste sono vere e proprie piattaforme in cui si scambiano messaggi e video. Da un punto di vista giuridico, poiché il nostro disegno di legge è costruito sulle fondamenta dell’impostazione europea, ci siamo agganciati alla definizione di piattaforma fornita dal Regolamento sui servizi digitali (Dsa).
D: Tornando alla verifica dell’età, vi è una sentenza del Tar del Lazio a favore del gruppo Aylo, proprietario di Pornhub e altre piattaforme per adulti, che sancisce che l’attuale metodo previsto dalla delibera dell’Agcom sull’accesso ai siti porno, in ottemperanza al decreto Caivano, violerebbe la privacy degli utenti. Il vostro testo corre un rischio simile?
R: Questo è un punto importante di cui si stanno occupando la Commissione europea e il Regno Unito. Bisogna individuare un meccanismo tecnologico che renda impossibile risalire all’identità dell’utente dal codice fornito per accedere alla piattaforma. Bisogna essere sicuri che non sia possibile incrociare i dati per sapere cosa le persone guardano. Una volta trovata una soluzione tecnologica sicura, si riuscirà a difendere anche l’aspetto normativo. La mia preoccupazione è che, creando norme inefficaci che vengono facilmente aggirate con le VPN, si crei solo un clima di proibizione contro i giovani, senza intervenire sulla radice del problema. Il tema cammina su due gambe: i contenuti e gli algoritmi. La diffusione dei contenuti deriva da come è disegnato l’algoritmo, e viceversa. Finora ci siamo concentrati prevalentemente sui contenuti, ma è il momento di intervenire sugli algoritmi. I documenti interni rivelati dalle recenti sentenze americane dimostrano che l’algoritmo non è un destino inevitabile, ma un progetto preciso sul quale si deve poter intervenire. (Public Policy Bytes) DVZ




