di David Allegranti
ROMA (Public Policy) – Dice Elly Schlein, ribaltando un adagio noto, che le elezioni non si vincono al centro. Il riferimento è a presunti salvatori della patria di ispirazione moderata, libdem, centrista, insomma da larghe intese. Ora che siamo entrati nella fase elettorale, in attesa di capire quand’è che si voterà, si moltiplicano gli aspiranti capi di governo. Ma preliminarmente si moltiplicano le sigle di centro, area politico-culturale assai affollata. Una è appena nata. Si chiama “Più Uno” (“Uguali per Costituzione”, dice lo slogan) e i fondatori sono Franco Gabrielli, ex capo della polizia, ed Ernesto Maria Ruffini, ex capo dell’Agenzia delle Entrate.
“Radicalità non significa estremismo. Significa andare alla radice dei problemi, non accontentarsi di governarne gli effetti, ma intervenire sulle cause che li producono. Si può essere radicali nelle finalità e pragmatici nelle politiche, usando confronto, mediazione e accordo per trasformare principi chiari in cambiamenti concreti e duraturi”, scrivono nel loro manifesto politico: “Per questo non ci interessa inseguire un posizionamento astratto, ma la coerenza tra i valori che dichiariamo, i problemi che riconosciamo e le politiche che proponiamo. In un tempo di trasformazioni demografiche, tecnologiche, sociali, climatiche e geopolitiche così profonde, amministrare l’esistente non è moderazione: significa lasciare che ritardi e disuguaglianze si accumulino”. Sperano in un terzo nome alle primarie ma specificano che ai gazebo ci saranno pure loro.
C’è poi il centrista più ingombrante di tutti, Matteo Renzi, capo di Italia viva, meglio nota oggi come Casa Riformista. L’ex presidente del Consiglio vorrebbe far parte del Campo largo, ma il M5s chiede garanzie non a Renzi stesso bensì a Schlein. Il senatore fiorentino è in campagna elettorale da mesi e alla Leopolda ha persino rivolto un appello agli elettori di Forza Italia. Appello che è stato respinto da Antonio Tajani ma anche dalla capogruppo al Senato Stefania Craxi: “Caro Matteo Renzi, la domanda non è perché i riformisti dovrebbero venire da voi ma è: che cosa ci vengono a fare i riformisti da voi? Renzi, mi rivolgo a te: che fine hanno fatto quelle battaglie, il Jobs Act, l’idea di una riforma del mercato del lavoro, l’idea di una sinistra che non guardasse con sospetto alla proprietà e ai risparmi? Tu promuovi appelli ma vuoi sederti accanto a chi combatte queste riforme. La domanda è, quale spazio e dignità politica hanno quelle idee nel Campo largo? Ti rispondo io, nessuna”, ha detto ancora Craxi.
C’è poi l’assessore romano ai ‘Grandi eventi’, Alessandro Onorato, con il suo Progetto Civico Italia, benedetto da Goffredo Bettini, con cui nel centro sinistra si vorrebbe normalizzare Renzi. Difficilmente potrà andare oltre una candidatura nelle liste parlamentari del centro sinistra. Tra i centristi in corsa ci sono anche Luigi Marattin con il suo Partito Liberaldemocratico e Carlo Calenda, leader di Azione, che sembra procedere spedito verso la candidatura in solitaria alle elezioni del 2027, sentendosi incompatibile con entrambe le coalizioni. Nel frattempo Picierno cerca di dare una struttura al suo movimento, Spazio Pubblico, nato dopo la fuoriuscita dal Pd, e prova ad allargare il consenso: “Adesso!” Italia, movimento che punta “a far ripartire l’ascensore sociale” è appena entrato a far parte di SP. Poi c’è la solita +Europa di Riccardo Magi.
I centristi spiegano che il bipolarismo è una truffa e che non è vero che non c’è spazio al centro, anzi, arriverà da lì la vera novità del 2027. Eppure la polarizzazione dello scontro è sempre più feroce e viene da chiedersi quanto possa valere elettoralmente un’area così frammentata, piena di generali senza esercito in competizione fra loro. Calenda potrà beneficiare della corsa in solitaria, ma chi andrà a intrupparsi, verosimilmente, nel Campo largo, che cosa otterrà in cambio? Il sinistra-centro sembra avere idee molto chiare su come gestire il rapporto con gli alleati centristi: i libdem servono perché rappresentano un’area politico-culturale ma devono rimanere entro certi limiti. Non possono avere progetti egemonici, perché quello spetta unicamente alla diarchia Pd-M5s; per Schlein e Giuseppe Conte si tratta di una sfida a due, in cui gli altri alleati servono solo a dare una parvenza di rappresentatività elettorale. Sono candidati di testimonianza, utili per far vedere che il Campo largo è inclusivo, apparentemente aperto a tutti. Senza esagerare beninteso. (Public Policy)
@davidallegranti





