Twist d’Aula – L’elefante nella stanza di Palazzo Chigi

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di Massimo Pittarello

ROMA (Public Policy) – A parti invertite. Giorgia Meloni al Senato ha messo in agenda temi che sembrano rubati alla tradizione più classica della sinistra: salari, Sud, casa, inflazione ed energia (anche se quest’ultima in variante nucleare, e sovietica d’antan, diciamo). Sono lontani i tempi in cui FdI puntava a imprese, tagli alla spesa, grandi riforme. O in cui dettava l’agenda con i suoi argomenti caratterizzanti — migranti, sicurezza, famiglia. Ora si ritrova a inseguire, mostrando minore slancio e fantasia, e a farlo sul terreno economico, dove oggettivamente la situazione presenta più di un problema.

Mercoledì a Palazzo Madama nessuno — nemmeno dall’opposizione — ha citato un dato pubblicato in mattinata: nonostante l’inflazione, nell’ultimo trimestre 2025 il reddito reale pro capite delle famiglie nei Paesi OCSE è aumentato dello 0,7%, mentre quello italiano è calato dello 0,9%. Né è stato ripreso l’allarme della BCE, secondo cui “i primi segnali di stagflazione, cioè bassa crescita e alta inflazione, sono già visibili dalle statistiche”. Al di là dei rimpalli di responsabilità su chi ha prodotto maggiore debito e chi scarsa crescita, tra le rivendicazioni di “straordinari” risultati del Governo e le accuse di non essere la causa di tutti i mali, il filo conduttore dei prossimi mesi sarà l’economia.

Ben prima della guerra in Iran — diciamo almeno da due anni, visto che terzo e quarto trimestre del 2024 registrarono variazione nulla del PIL — l’economia italiana è entrata in bonaccia, con i pochi decimali di crescita generati solo da Superbonus e Pnrr (metterli vicini è una totale eresia?). L’onda lunga del rimbalzo industriale post Covid si è dissolta, come dimostra la produzione industriale in pressoché costante calo; le strategie pro-imprese hanno avuto poco successo, a partire da Industria 5.0; la spinta del turismo e dei consumi si è affievolita, ed è comunque difficile fondarci il rilancio di una nazione. E così oggi, tra rialzi generali dei prezzi e rincari dolorosi sull’energia, l’elefante nella stanza della politica, anzi di Palazzo Chigi, sono i conti in tasca ai cittadini.

Non è un caso che tutti gli interventi di maggioranza si siano concentrati sull’economia. Ed è curioso che la replica più debole della premier sia arrivata sul tema delle tasse. Meloni ha difeso l’aumento della pressione fiscale al 43,1% sostenendo che, nonostante il taglio delle aliquote, il gettito sia cresciuto grazie all’aumento degli occupati. Ma più lavoratori non fanno crescere solo le entrate fiscali: fanno crescere anche il PIL, su cui quel 43,1% è costruito.

Curioso anche che tra le proposte rilanciate dal Governo ci sia il rafforzamento della ZES unica del Mezzogiorno. Perché è lì che, come dimostrano i risultati del referendum letti in ottica territoriale, Meloni sta perdendo la maggior parte dei consensi — e non è un caso che il sottosegretario al Sud Luigi Sbarra sia stato di fatto “commissariato” da Raffaele Fitto tramite la figura del capo dipartimento Giosy Romano. Allo stesso modo, voler accelerare sul nucleare, per quanto ragionevole in termini industriali e di politica energetica, presenta un elevato rischio politico, visto che gli italiani ancora lo guardano con diffidenza. Eppure sull’energia qualche risposta concreta il Governo doveva pur darla.

Manca circa un anno al voto. La guerra in Iran e le sue robuste conseguenze colpiscono l’economia di un Paese già sostanzialmente fermo. Finora il Governo si è limitato a “gestire” l’eredità Draghi, con Giorgetti che però è passato dallo Sviluppo all’Economia — e si vede, visto che i conti sono in ordine mentre la crescita è ferma. Ora che ci si avvicina al redde rationem, Meloni proverà un colpo di reni? E se anche lo volesse, può limitarsi a rubare i temi alla sinistra o ha qualche idea in più sull’economia? (Public Policy)

@m_pitta

(foto cc Palazzo Chigi)