Usa al voto: chissà se al G.O.P basteranno i quattrini di Musk

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di David Allegranti

ROMA (Public Policy) – Le elezioni di midterm si avvicinano e Donald Trump è ancora impelagato nelle vicende iraniane. Un giorno sì e l’altro pure vengono annunciati nuovi attacchi Usa, salvo poi essere congelati in attesa di presunti negoziati (anche questi annunciati, poi sospesi, eccetera). È un copione consolidato quello del presidente degli Stati Uniti, la cui popolarità è crollata: dopo 566 giorni dall’inizio del secondo mandato, dice l’Economist nell’ultima rilevazione aggiornata al 28 luglio, Trump ha perso 25 punti nei sondaggi che ne valutano il tasso d’approvazione: il 35 approva, il 60 disapprova, il 4 per cento non ne è sicuro.

Trump, secondo una delle tre regole citate nel film The Apprentice, “attacca, attacca, attacca” per poi indietreggiare regolarmente. In dieci anni di attività politica e vita presidenziale, Trump ha potuto costantemente trarre beneficio da questa strategia retorica. Da mesi però l’insoddisfazione montante nei confronti della sua ericministrazione ha raggiunto livelli elevati. A dargli una mano, ancora una volta, potrebbe essere Elon Musk. Secondo il New York Times, il proprietario di SpaceX, l’uomo più ricco del mondo, ha autorizzato il suo super PAC (Pac sta per Political Action Committee, Comitato per l’azione politica; sono comitati fondati per raccogliere fondi con i quali sostenere candidati o campagne) a spendere tra i 100 e i 120 milioni di dollari per aiutare i Repubblicani a vincere le elezioni di novembre.

Sarà sufficiente? Forse no e Trump sembra aver messo già le mani in avanti.

Se le elezioni di novembre non andranno bene, i responsabili andranno cercati altrove. Tra il solito deep state e la Cina, in procinto di corrompere il risultato delle elezioni di midterm di novembre, ha spiegato qualche giorno fa. “Non possiamo permettere che un’altra elezione sia rubata”, ha detto riferendosi alle elezioni del 2020 regolarmente perse contro Joe Biden. Le accuse di Trump di “brogli” architettati dal suo predecessore non sono mai state dimostrate; il che non è servito a preservare l’ordine pubblico democratico in occasione del 6 gennaio 2021, quando una folla inferocita assaltò il Campidoglio convinta che Trump avesse legittimamente vinto le elezioni e che i Democratici gliele avessero scippate. Un tragico evento che potrebbe anche ripetersi qualora nuovi facinorosi si facessero convincere dalla retorica trumpiana del complotto. Adesso il capo della Casa Bianca accusa la Cina di aver acquisito illecitamente i dati di 220 milioni di elettori: “Nel corso di diversi anni, a partire dal ciclo elettorale del 2020, la Repubblica Popolare Cinese ha attuato quella che si ritiene essere la più vasta violazione di dati elettorali della storia”, ha detto il presidente degli Stati Uniti.

Trump da anni sostiene le sue menzogne sulle elezioni del 2020, seguendo uno schema ben oliato. Alla base della teoria dei brogli agitata da lui e dai suoi supporter, compresi appunto quelli che assaltarono il Campidoglio, c’è una retorica di allarmismo sociale, tipicamente usata allo scopo, osserva lo storico Zeffiro Ciuffoletti nel suo classico sulla “Retorica del complotto” (Il Saggiatore), “di mobilitare le masse contri i loro avversari oppure allo scopo di sopperire al proprio deficit di legittimazione con uno sfruttamento intensivo della ‘natura sentimentale delle masse’”.

Trump individua nella Cina uno dei nemici esterni e negli “antifa” e nel deep state i nemici interni. Gli servono tutti, naturalmente, per far funzionare meglio la strategia retorica dell’accerchiamento e la retorica dell’allarme sociale. Ogni nemico è utile, perché serve a costruire un’emergenza. Lo stato d’emergenza serve a incutere timore e paura, a creare allarmismo sociale.

La Casa Bianca a maggio di quest’anno ha individuato alcuni nemici nella nuova strategia antiterrorismo degli Stati Uniti: la Nazione si trova di fronte a tre principali tipi di gruppi terroristici, c’è scritto nel documento. Narcoterroristi e bande transnazionali; terroristi islamici tradizionali; estremisti violenti di sinistra, inclusi anarchici e antifascisti. Alcune di queste definizioni sembrano essere molto aleatorie. Il terrorismo islamico tradizionale è riconoscibile e identificabile, certamente. Ma gli “estremisti violenti di sinistra”, inclusi anarchici e antifascisti, come sono organizzati? Non sono un gruppo strutturato, per quanto i violenti esistano. Ma per Trump non è un problema: gli basta dire, performativamente, che un nemico esiste e quello si materializza nell’elettorato. Fin qui la retorica ha funzionato bene, ora i sondaggi dicono che anche i complotti hanno un limite. Chissà se al G.O.P basteranno i quattrini del signor Musk. (Public Policy)

@davidallegranti