di Massimo Pittarello
ROMA (Public Policy) – Nei 48 minuti del discorso al Senato in vista del Consiglio europeo, e forse ancor più nelle repliche, Giorgia Meloni ha distribuito frecciate all’opposizione e, contemporaneamente, ha sollevato temi “europei” vecchi e nuovi. Su molti di questi – flessibilità e debito, Ets ed energia, Ucraina e gasolio – se ci si emancipa dal riflesso pavloviano di vedere sempre tutto come uno “scontro con l’Europa matrigna”, si può intravedere anche un netto accorciamento delle distanze tra Roma e Bruxelles e un certo gioco di sponda con gli altri Governi europei.
Si parte dal tema più scottante, cioè la critica a Donald Trump sul patto del gasolio con Mosca, che Meloni ha definito “molto rischioso”. Anziché isolare Roma, quella presa di posizione ha contribuito a ricompattare il fronte europeo davanti all’aggressività negoziale statunitense (che infatti non l’ha presa bene) e alle strategie del Cremlino (che pure non ha gradito). Allo stesso modo, quando si è espressa in modo così netto sull’Ucraina, costringendo peraltro le opposizioni a mostrare le fratture tra le loro diverse anime, Meloni si è allineata alla linea di fermezza che tengono, oltre a Ursula von der Leyen, la Germania, la Francia e quasi tutti i Paesi del centro e dell’est Europa.
Anche perché c’è un’altra similitudine. I Governi di Roma, Berlino e Parigi, e di conseguenza Bruxelles, temono l’avanzata delle forze antieuropeiste. Non a caso il presidente del Ppe Manfred Weber, preoccupato per i successi dell’AfD a casa propria, denuncia il pericolo dell’avanzata di Futuro nazionale in Italia. Merz e Macron vedono la loro posizione minacciata da destra e da sinistra, similmente a quanto avviene per Meloni con Vannacci da un lato e il Campo largo dall’altro.
Oltre al crescente consenso delle forze antisistema, al confronto con Trump, ai temi energetici e all’Ucraina, sulla politica economica e di bilancio Meloni sta giocando di sponda con Bruxelles per mettere l’Italia al centro dello scenario europeo. Sulla questione degli Ets, che Roma combatte insieme a una dozzina di Paesi. Sulle norme ambientali, dall’auto elettrica alle caldaie e alla casa green. Sui migranti, sui dazi, sull’export. Ma ce n’è una, forse la più importante, che riguarda la sostenibilità dei conti e, soprattutto, del debito pubblico. Perché negli ultimi anni lo scenario è profondamente cambiato.
Più di 15 anni fa, accanto ai piccoli PIIGS malati come Grecia, Irlanda e Portogallo, l’Italia era il problema d’Europa: too big to fail, uno dei motivi del celebre whatever it takes. Oggi l’Italia resta malata, ma ha già affrontato anni di terapia, cosa che non si può dire della Francia. Questa, pur restando in classe di rating “A”, al momento sta peggio di noi, che siamo ancora in “B”. Parigi ha un debito oltre i 3.500 miliardi, un decennale che rende più del Btp, un deficit sul Pil all’incirca doppio del nostro e, soprattutto, una spesa pubblica incomprimibile (difficile che all’Eliseo arrivi un tecnico come Monti, Draghi o Ciampi). Tanto che gli economisti parigini hanno coniato l’acronimo FROGS, French Oversized Government and Social Security, che ha preso il posto dei vecchi PIIGS.
Certamente esiste una competizione a non diventare la pecora nera del debito e a non finire nella lista nera dei mercati. Lo dimostra proprio la guerra finanziaria tra Italia e Francia, che passa per banche e assicurazioni e arriva alla piattaforma di Euronext dove si scambiano i titoli di Stato e se ne fissa il prezzo. O anche la competizione tra Stati Uniti e Giappone per contendersi gli acquirenti di bond sovrani. Ma questo deriva da una crescita diffusa e sostenuta dei debiti pubblici di tutto l’Occidente. I tedeschi, che chiamano il debito (schuld) come chiamano la “colpa”, hanno visto crescere il valore assoluto del proprio indebitamento da circa 1.900 miliardi di euro alla fine del 2019 a oltre 2.700 miliardi nel 2026, mentre in rapporto al pil è arrivato al 63,5%. Perfino lo striminzito bilancio dell’Ue, per il combinato disposto di Next Generation EU e aumento dei rendimenti, vede il proprio debito passare dai 700 miliardi di oggi a quasi 1.000 nel 2027.
Se poi si allarga l’inquadratura agli Stati Uniti, si potrebbe delineare un “problema” sistemico. Gli Usa hanno un debito di oltre 40mila miliardi di dollari, pari al 126% del Pil, e la sola quota in mano ai mercati, oggi intorno al 100%, potrebbe arrivare fino al 175% del Pil nel 2056. Kristalina Georgieva, direttrice del Fondo monetario internazionale, ha detto che la crescita da sola non basta a ridurre il debito e che servono invece misure di bilancio e tagli di spesa. È la ricetta opposta a quella di Scott Bessent, convinto che dal debito si esca crescendo. Insomma, per la prima volta da anni l’Italia non guida la classifica dei più rischiosi: l’instabilità, stavolta, parte dai titoli di Stato Usa. E atterra in Francia.
Quando Meloni chiede a voce alta flessibilità a Bruxelles, nel frattempo ha Giorgetti che parla sottovoce, conti in ordine alla mano. Ma soprattutto la premier sa che in questo momento, su molte questioni e a partire da quella economica, può giocarsi un “mal comune mezzo gaudio”, perché condividere i problemi nazionali con Bruxelles rende l’Italia più vicina al continente. E non più la sola e unica malata. O almeno non la più grave. (Public Policy)
@m_pitta
(foto cc Palazzo Chigi)





