Legge elettorale, i possibili scenari dopo il no alle preferenze

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di David Allegranti

ROMA (Public Policy) – Una dura sconfitta, per un soffio, per Giorgia Meloni e il suo Governo, sulle nuove regole del gioco elettorale. Con un solo voto di scarto (188 a 187), la Camera ieri ha bocciato, a scrutinio segreto, richiesto dalle opposizioni, l’emendamento a prima firma FdI, Noi moderati, Udc che puntava a introdurre le preferenze, attraverso un sistema misto che prevedeva anche i capilista bloccati, nella riforma della legge elettorale del centrodestra.

Ci abbiamo provato. Ha vinto di nuovo la palude”, ha scritto suI suoi social in serata la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, dando la colpa ai sostenitori dello status quo, un classico di chi governa e denuncia l’ostruzionismo di chi rema contro. “Abbiamo provato a reintrodurre le preferenze nella legge elettorale dopo più di 30 anni di liste bloccate. Abbiamo chiesto che si votasse con voto palese e che ognuno mettesse la faccia sul suo voto, ma le opposizioni hanno voluto il voto segreto”.

Il risultato, ha aggiunto Meloni, “dice che la sinistra e le opposizioni hanno votato compattamente contro. Ma anche nella maggioranza sono mancati diversi voti, e su questo serve una riflessione. L’emendamento è stato respinto per un solo voto. Un’occasione persa per gli italiani, ma era giusto provarci. P.S. La scena dell’opposizione che esulta come se avesse vinto un Mondiale per aver impedito ai cittadini di poter scegliere i propri parlamentari dice tutto”.

La presidente del Consiglio aveva investito sulla reintroduzione delle preferenze, anche in omaggio alla propria storia politica. Per questo la sconfitta pesa di più. Ci aveva messo la faccia, anche se non è ancora chiaro perché insistere tanto in questa battaglia. E ora? Gli scenari sono due (per la verità tre, ma la terza ipotesi sembra più frutto del wishful thinking dell’opposizione: il voto anticipato).

Dunque, la legge elettorale proposta dalla maggioranza potrebbe essere comunque approvata; in questo caso l’incidente di ieri verrebbe dimenticato, più o meno, o quantomeno ridotto a incidente minore. Oppure potrebbe affondare e tutto rimarrebbe com’è ora; di certo sembra difficile che il Governo si dimetta come chiesto dall’opposizione, dal Pd a Italia viva al M5s. Ma tutto è sempre possibile, in una situazione del genere.

Chissà, magari Meloni aveva calcolato la possibilità di una ritorsione dei franchi tiratori, con lo scrutinio segreto, magari ipotizzando persino l’esito sfavorevole. O quantomeno l’aveva messo in conto. Magari per liberarsi, almeno per il momento, della discussione su Futuro Nazionale? “Vannacci in coalizione costa troppo. Allora resta legge attuale, si punta sul voto utile, Vannacci recuperabile in seconda battuta, difficoltà del campo largo negli accordi su collegi. Se non è così impasse su preferenze va risolto subito, altrimenti il politicismo si mangia la maggioranza”, osserva Lorenzo Castellani, storico e professore alla Luiss.

Se rimanesse l’attuale legge elettorale, dunque, il destra-centro potrebbe anche fare a meno del generale in pensione, recuperandolo casomai in un secondo momento. C’è però chi dissente da questo ragionamento, come il professor Stefano Ceccanti, docente di diritto pubblico comparato all’Università di Roma La Sapienza: Meloni ha comunque bisogno di Vannacci, con questa legge elettorale e anche con la nuova, per non perdere collegi ed evitare l’effetto Rauti del 1996, quando il leader del Movimento Sociale Fiamma Tricolore si presentò fuori dalla coalizione di centrodestra.

Sbaglia chi crede che col pareggio il sistema renderebbe decisivo il centro. O ci sarebbero elezioni ripetute o sarebbe decisivo Vannacci”, dice Ceccanti a Public Policy: “È assurdo che nessuno abbia presentato un emendamento sul ballottaggio, l’unico che neutralizza le estreme”.

La maggioranza in ogni caso scopre di avere non pochi problemi. Alla coalizione meloniana sono mancati voti preziosi in un momento cruciale della vita parlamentare, su un provvedimento importante. Impossibile sottovalutarne l’impatto. Anche perché fin qui in quattro anni di Governo Meloni è inciampata soltanto due volte. Una volta fuori dal Parlamento, con il referendum di marzo sulla separazione delle carriere. La seconda volta ieri in Parlamento.

Se è arrivato un segnale alla presidente del Consiglio è questo: non si può fidare del tutto della sua maggioranza, ma soprattutto non si può fidare della capacità dei suoi vice – i leader di Lega e Forza Italia – di tenere a bada gli animal spirits del destra-centro. (Public Policy)

@davidallegranti