Donald Trump e la politica dell’insulto

0

di David Allegranti

ROMA (Public Policy) – “Serve un ordine restrittivo”, scrive Donald Trump su Truth, pubblicando una foto di Giorgia Meloni, alla vigilia del vertice Nato ad Ankara. Un altro attacco, dopo quelli delle settimane scorse, un’altra provocazione, come la ritiene Palazzo Chigi. Ormai gli statunitensi sono abituati all’uso compulsivo dei social da parte del loro presidente. I Governi stranieri assai meno.

Nei suoi post, prima sull’allora Twitter e poi su Truth, Trump insulta, fa propaganda, rilancia teorie complottiste, governa (in senso proprio, non metaforico). Tutto insieme, tutto in una volta. Una volta Sofia Eliodori ha notato che, per Trump, Twitter è stato anche utile nell’ambito della Twitter Diplomacy, o Twiplomacy, in politica estera: “L’uso della diplomazia via Twitter da parte del presidente Trump – o Twiplomacy – è strettamente legato al suo approccio populistico alla politica, che mira contemporaneamente a connettersi direttamente con il pubblico e a bypassare i meccanismi della diplomazia tradizionale”. La brevità dei messaggi su Twitter e la possibilità di creare conversazioni in cui c’è spazio solo per affermare qualcosa, mettere un like o fare un retweet di certo non aiuta una conversazione socratica, nella quale vige la pazienza dell’ascolto, la volontà del dialogo, l’attesa per le conclusioni dell’interlocutore. Ma forse è per questo che Trump ci si è trovato così bene, con Twitter. Soprattutto nella sua fase iniziale, quando il limite era di 140 caratteri, poi innalzato a 280.

Sia da candidato, sia da presidente degli Stati Uniti, Trump ha mantenuto intatto lo stesso livello comunicativo, improntato a una sostenuta aggressività linguistica. Di volta in volta, ha individuato i nemici contro cui scagliarsi e contro cui scagliare il suo pubblico. Non solo Hillary Clinton nel corso delle elezioni del 2016, ma tutto un universo sociale, politico, mediatico che si è guadagnato gli strali trumpiani negli ultimi dieci anni. Media non simpatizzanti, avversari interni al Partito Repubblicano nonché quelli del Partito Democratico, scrittori, intellettuali. Trump ha fatto ampio uso della retorica comunicativa del “Noi” contro “Loro” sostituendo però il “Noi” con l’“Io”.

Nei suoi tweet, emanazione diretta e non mediata del pensiero di Trump, è lo stesso presidente Usa a ergersi a difensore di una mitologica stagione perduta degli Stati Uniti. Una stagione che egli intende ripristinare. L’individuazione di un nemico è un meccanismo classico dell’agire comunicativo populista. Nello specifico, Trump, non pare aver problemi a cercare nemici anche nel suo partito, il Gop. Durante la campagna elettorale per le primarie del 2024, agilmente vinte da Trump, che non si è dovuto sporcare troppo le mani, i suoi avversari repubblicani sono stati pesantemente insultati. Tra questi, colpiscono gli insulti rivolti a Nikki Haley, ex governatrice del South Carolina, già ambasciatrice della Casa Bianca all’Onu sotto l’amministrazione Trump. Il presidente degli Stati Uniti l’ha definita “birdbrain”, cervello di gallina, e quando Haley ha vinto le primarie nel distretto di Washington D.C. gli insulti sono stati recapitati su Truth. Per Trump con il passaggio a Truth è cambiato poco, visto che ha continuato a usare il simil-Twitter allo stesso modo.

Il capo della Casa Bianca ha usato i social in questi anni per attaccare avversari e compagni di partito. Il New York Times una volta ha catalogato tutti gli attacchi di Trump fra il 2015 e il 2021. È quella che Oscar Winberg chiama “Insult Politics”, la politica dell’insulto. Trump non risparmia nessuno. Nemmeno i suoi compagni di partito. Non c’è circostanza in cui Trump non voglia ribadire la propria diversità, finanche antropologica, rispetto ai propri avversari e alle élite. Che l’insulto sia rivolto contro avversari esterni o interni, non cambia. Tutto perché si possano attaccare le élite e rivolgersi all’elettorato come difensore degli interessi del popolo. Una politica dell’insulto che ora conosce bene anche la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. (Public Policy)

@davidallegranti

(foto cc White House)