di Pietro Monsurrò
ROMA (Public Policy) – Alla recente conferenza di Monaco il segretario di Stato statunitense Marco Rubio ha detto che la deindustrializzazione occidentale è stata una scelta: “La deindustrializzazione non era inevitabile. È stata una scelta politica consapevole, un’impresa economica durata decenni che ha spogliato le nostre nazioni della loro ricchezza, della loro capacità produttiva e della loro indipendenza. E la perdita della nostra sovranità nelle catene di approvvigionamento non è stata il risultato di un sistema di commercio globale prospero e sano. È stata una scelta sciocca. Una trasformazione sciocca ma volontaria della nostra economia che ci ha lasciati dipendenti dagli altri per i nostri bisogni e pericolosamente vulnerabili alle crisi [1]”.
Per quanto questa tesi sia prima facie verosimile e contenga molti elementi di verità, ci sono molti distinguo da fare, sia riguardo le sostanziali differenze tra Usa ed Europa in termini di deindustrializzazione, sia riguardo l’affidabilità e la prevedibilità dell’attuale Amministrazione Usa.
Prima di tutto, il processo di deindustrializzazione è molto più avanti negli Usa che in Europa, con un valore della produzione industriale europeo superiore a quello Usa nonostante il Pil dell’Ue sia molto minore: negli Usa la manifattura è l’11% del Pil [2], nell’Unione europea è ancora al 15% [3]. Quindi la crisi industriale statunitense ha cause specifiche e una gravità specifica che non si riscontra (ancora) nei Paesi dell’Unione europea, per quanto in entrambe i casi la manifattura sia in declino rispetto al Pil da decenni.
Inoltre, la deindustrializzazione Usa è legata essenzialmente al deficit commerciale: gli Stati Uniti sono importatori netti di merci, quindi producono all’estero e comprano indebitandosi; al deficit commerciale corrisponde infatti sempre un flusso di capitali, che serve a finanziare il deficit pubblico (abnorme) e gli investimenti privati, sommandosi ai risparmi domestici. Dato che il deficit commerciale serve per ottenere capitali che scarseggiano da fonti domestiche, e la scarsità di capitali è principalmente legata all’enorme deficit fiscale, di fatto gli Usa vendono debito per comprare merci, e ciò deprime gli investimenti interni e la produzione domestica, visto che ciò che si consuma si compra dall’estero. Comprare a debito, che è ciò che fanno gli Usa, equivale ad importare e dire che si pagherà in futuro: non si possono rimuovere le importazioni nette (deficit commerciale) senza rimuovere anche la linea di credito (influsso di capitale).
In tutto questo, gli Usa di Trump stanno facendo esattamente l’opposto di ciò che serve per reindustrializzarsi: più deficit fiscale, che richiederà più deficit commerciale per poter finanziare gli investimenti privati interni. Nonostante le dichiarazioni di Trump, il deficit commerciale non si è mosso nel 2025 [4], e le previsioni di indebitamento non lasciano immaginare che un peggioramento in futuro: se i risparmi domestici e il deficit commerciale finanziano gli investimenti privati e il deficit fiscale, l’aumento dell’ultimo dovrà necessariamente comprimere investimenti o consumi (per aumento dei risparmi), o aumentare il deficit commerciale.
Forse basterebbe riformare la sanità, che negli Usa costa 5.300 miliardi l’anno di cui quasi la metà di spesa pubblica [5]: tagliando la spesa pubblica di centinaia di miliardi e la spesa privata di altrettanto si potrebbero dimezzare sia il deficit fiscale (1.800 miliardi [6]) che quello commerciale (1.200 miliardi [7]). Ma riformare la Sanità è politicamente impossibile: troppi triliardi di privilegi da colpire per fornire un servizio sostenibile ed efficace ai cittadini statunitensi.
La (molto meno grave) deindustrializzazione Ue ha origini completamente diverse. L’Ue non è importatrice netta di merci, e non prende quindi capitali dal resto del mondo per finanziare i propri investimenti e deficit pubblici. I problemi Ue sono legati all’elevato costo dell’energia, all’autosabotaggio del settore automotive per ragioni di ambientalismo ideologico, alla scarsa innovazione tecnologica e alla relativa debolezza nei settori a più alta tecnologia (Elettronica, IA, sistemi militari, auto elettriche…), e alla dipendenza dai mercati internazionali per le forniture di energia (gas e petrolio, principalmente). Per assurdo, i problemi europei sono molto più facili da risolvere di quelli statunitensi perché le cause spesso sono erronee scelte politiche a livello nazionale ed europeo. La crisi industriale europea è una scelta delle classi dirigenti nazionali ed europee, scelta che ha radici nell’ambientalismo ideologico (antinuclearismo, anti-Ogm, Case Green, blocco alle endotermiche…) ma anche nell’impiegare migliaia di miliardi per finanziare la spesa pubblica assistenziale anziché l’innovazione e la crescita.
L’euro non ha certo aiutato, perché ha finanziato – eliminando per un decennio gli spread tra i debiti pubblici europei [8] – la spesa pubblica clientelare della periferia al posto di investimenti più produttivi, fornendo migliaia di miliardi di credito a politiche di fatto di voto di scambio.
Secondo Rubio, come anche per Mario Draghi [9], però, la deindustrializzazione è colpa della Cina. Ma il legame tra deficit commerciali e influsso di capitali mostra che c’è una relazione uno ad uno tra quanto si importa e quanto capitale si ottiene sui mercati internazionali. Se gli Usa non esportano è perché non producono, non producono perché non investono, e non investono perché importano da fuori. Tutto questo ragionamento per l’Unione Europea non vale, perché l’Ue è in avanzo commerciale, anche se è in disavanzo con la Cina: è però vero che nel campo delle merci entrambi sono in pesante disavanzo con la Cina (l’Ue recupera con l’avanzo verso il Regno Unito, la Svizzera e gli Stati Uniti).
Se l’offerta di Rubio è di iniziare una guerra commerciale alla Cina in cambio di una collaborazione militare più affidabile contro la Russia (ma capire cosa vuole Trump in base a ciò che afferma è una fatica inutile…), potrebbe essere una buona idea, politicamente ma ovviamente non economicamente (le barriere commerciali impoveriscono tutti). Ci si deve però rendere conto che la produzione industriale non si sposta in pochi anni, che il flusso di capitali dalla Cina (verso gli Usa) è fondamentale per finanziare la domanda Usa di capitali, e che le pressioni inflazionistiche prodotte dalla guerra commerciale metterebbero in crisi i redditi reali dei lavoratori su entrambe le sponde dell’Atlantico. Inoltre, la fragilità finanziaria dei Paesi occidentali rende difficile pensare che il terremoto economico prodotto da una tale guerra commerciale possa non avere conseguenze economiche e sociali pesanti.
In conclusione, se gli Usa hanno una strategia commerciale nonostante l’imprevedibilità e la caoticità di Trump, questa per ora consiste nel fare l’esatto opposto di ciò che serve per un reshoring della produzione industriale: serve meno deficit fiscale per avere meno deficit commerciale.
Abolire le politiche Ue e nazionali che danneggiano le economie europee è sicuramente un buon consiglio, ma non viene da un pulpito credibile, né da un partner affidabile, né da un’analisi corretta della realtà economica sottostante. La reindustrializzazione è un bell’obiettivo, ma senza comprendere un problema non lo si può risolvere. Qualunque strategia di ristrutturazione delle relazioni commerciali internazionali richiederà anni per essere messa in pratica, e un’Amministrazione Usa più credibile e affidabile con cui discuterne, perché il rischio, per l’Europa, è affidarsi all’arbitrarietà di un personaggio politico imprevedibile e inaffidabile, che se avesse voluto creare un asse di contenimento economico e politico della Cina, avrebbe potuto farlo molto meglio senza iniziare insulse guerre commerciali contro i potenziali alleati. (Public Policy)
@pietrom79
- https://www.agipress.it/rubio-
il-destino-delleuropa-non- sara-mai-irrilevante-per- quello-degli-usa/ - https://data.worldbank.org/
indicator/NV.IND.MANF.ZS? locations=US - https://data.worldbank.org/
indicator/NV.IND.MANF.ZS? locations=EU - https://www.factcheck.org/
2026/02/trumps-selective- comparison-overstates-trade- deficit-decline/ - https://www.
healthsystemtracker.org/chart- collection/u-s-spending- healthcare-changed-time/# Average%20annual%20growth% 20rate%20of%20spending%20per% 20enrolled%20person%20in% 20private%20insurance,% 20Medicare,%20and%20Medicaid,% 201990-2024 - https://fiscaldata.treasury.
gov/americas-finance-guide/ national-deficit/ - https://www.census.gov/
foreign-trade/balance/c0004. html - https://www.linkiesta.it/blog/
2014/05/come-si-e-arrivati- alleurocrisi/ - https://toscana.news-24.it/
2026/02/02/lordine-globale-e- fallito-il-discorso-integrale- di-mario-draghi-alluniversita- di-lovanio/
(foto cc White House)





