Twist d’Aula – Dopo il Pnrr non c’è il vuoto

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di Massimo Pittarello

ROMA (Public Policy) – Più 0,9% di Pil nel 2025, più 1,7% nel 2026, più 1,8% nel 2027. In sei anni, il Pnrr avrà generato complessivamente 6,1 punti di Pil aggiuntivo, con un moltiplicatore prossimo a 0,9. Sono le stime della Corte dei conti: più caute di quelle governative, perché considerano solo gli effetti di domanda, ma già sufficienti a spiegare perché l’Italia non sia scivolata in recessione. E comunque abbastanza robuste da smontare l’idea di un Piano poco incisivo.

A trainare è stata un’accelerazione attesa per anni. A fine agosto la spesa ha raggiunto 86 miliardi — 22 in più rispetto al 2024 — portando il tasso di avanzamento al 64% (+6% nell’ultimo semestre). I 32 target europei in scadenza nel primo semestre 2025 risultano tutti centrati. Ci sono opere per 78 miliardi già in cantiere. Ma il percorso non è stato lineare: due revisioni del Piano solo nel 2024, una tecnica a giugno e una strutturale a novembre, con 170 misure ritoccate, oltre alle prime proroghe in arrivo, come quelle sul teleriscaldamento spostate al 31 agosto 2026. La flessibilità, da eccezione, è diventata metodo.

È anche per questo che la domanda “Après Pnrr, le déluge ?” non regge. Il Piano non è un monolite isolato, ma un tassello di un ciclo molto più ampio. La programmazione europea lo dimostra con chiarezza: i fondi di coesione 2021-2027 valgono per l’Italia 142,6 miliardi, di cui 75 provenienti da Bruxelles e il resto dal cofinanziamento nazionale via Fondo Sviluppo e Coesione. Ben 102,4 miliardi sono destinati al Mezzogiorno. E sono risorse spendibili fino al 2029, ben oltre la fine del Recovery.

E il ciclo successivo non prevede alcun precipizio finanziario. Anzi, la Commissione ha messo sul tavolo un quadro da 1.980 miliardi in sette anni, il cui cuore è un fondo unico da 865 miliardi che accorperà coesione, agricoltura, pesca e migrazione. L’Italia, storicamente, intercetta circa un terzo delle risorse destinate ai Paesi meno sviluppati: non si passa a zero, né ci si avvicina. Lo ha ricordato anche Raffaele Fitto (nella foto con la premier Meloni) all’assemblea della CNA, sottolineando come la revisione della politica di coesione sia “uno strumento molto importante”, da leggere accanto alla “politica flessibile” e ai 6 decreti omnibus di semplificazione.

Restano, tuttavia, alcune incognite. La prima riguarda le priorità: nel nuovo fondo il 43% delle risorse sarà destinato a clima e ambiente, mentre il digitale — a differenza del Pnrr — non avrà una quota vincolata. Compare tra gli obiettivi strategici, dall’AI ai chip, dal cloud alla cybersicurezza, ma senza obblighi di investimento. Non è un dettaglio per un Paese che sconta già ritardi significativi su questo fronte. La seconda incognita è la governance. Il modello Pnrr ha centralizzato la gestione a Roma, marginalizzando le Regioni, anche su materie di loro competenza come la sanità. Il risultato è stato un avanzamento disomogeneo. La proposta 2028-2034 cerca di correggere il tiro introducendo “capitoli regionali” nei piani nazionali, ma l’efficacia del nuovo schema resta da verificare.

La terza incognita è il debito europeo: per la prima volta il bilancio Ue deve gestire il rimborso di NextGenerationEU, con una forchetta annua tra 15 e 25 miliardi che inevitabilmente peserà sulle priorità allocative. La quarta riguarda i tempi di realizzazione. La Corte indica che la durata media dei progetti conclusi è salita da 15 a quasi 18 mesi tra gennaio e ottobre. Poiché le opere ancora da chiudere sono mediamente più grandi — 4,5 milioni contro 1 milione delle già completate — la pressione sui tempi è destinata ad aumentare.

Il merito storico del Pnrr non sta solo nei miliardi mobilitati, ma nell’aver sbloccato cantieri fermi, digitalizzato pezzi dell’amministrazione, aperto nuovi asili. Ha spezzato un’inerzia che sembrava strutturale. La sfida ora è non disperdere questo slancio: trasformare un Piano straordinario in una capacità ordinaria di programmare e realizzare. I fondi continueranno ad arrivare. Come sempre, saranno le procedure a determinare se diventeranno crescita reale. (Public Policy)

@m_pitta

(foto cc Palazzo Chigi)