Twist d’Aula – Upb-Fmi: il debito mondiale è un problema nostro

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di Massimo Pittarello

ROMA (Public Policy) – L’Ufficio parlamentare di bilancio ha certificato il rallentamento dell’economia italiana nel primo trimestre e, di conseguenza, per l’anno in corso, ipotizzando che, se la tregua in Iran dovesse consolidarsi e lo stretto di Hormuz essere stabilmente riaperto, il Pil potrebbe raggiungere il +0,5%. Un numero inferiore alle previsioni del Governo — vedremo cosa dirà il Dfp atteso la settimana prossima — che non aiuta a ridurre il disavanzo, né il rientro dalla procedura di infrazione già quest’anno, e nemmeno la riduzione del debito pubblico.

I dati Upb si possono leggere insieme a quelli diffusi mercoledì dal Fmi, secondo cui il deficit passerà dal 3,1% del 2025 al 2,8% nel 2026 e al 2,6% nel 2027, con il debito atteso al picco del 138,8% nel 2027 per poi iniziare a scendere. Giorgetti da Washington ha usato parole precise: “Un approccio prudente ai conti pubblici non è un’opzione ma una necessità”. Non solo per il contesto di incertezza e volatilità, o perché il debito assoluto continua a salire — a febbraio il passivo ha raggiunto 3.139,9 miliardi, 27,3 miliardi in più rispetto al mese precedente — ma anche perché è cambiato il contesto internazionale.

Il Fondo Monetario Internazionale non ha solo tagliato la crescita globale al 3,1%, con il rischio concreto di scivolare al 2%, ma ha acceso un faro sul debito pubblico lordo mondiale, che ha raggiunto il 94% del Pil nel 2025 — un livello senza precedenti in tempo di pace, su valori simili a quelli del 2007/2008 — e con le attuali traiettorie arriverà al 100% entro il 2029. Un limite toccato in passato solo all’indomani della Seconda guerra mondiale. In tale scenario sarebbe un errore leggere questa convergenza verso il basso come una buona notizia. Mal comune, mezzo gaudio, si dice. Ma in macroeconomia non funziona così.

Per anni l’Italia è stata il sorvegliato speciale, il malato d’Europa, il Paese con il debito fuori controllo mentre gli altri stavano relativamente meglio. Oggi non è più così. Dall’era Covid tutti hanno alzato il debito in modo significativo. Il Fmi segnala che sedici Stati membri dell’Unione europea hanno già invocato la clausola di salvaguardia nazionale del Patto di stabilità. La Germania ha visto crescere il suo debito di diversi punti percentuali e ha già modificato il freno costituzionale. La Francia si avvia a sfiorare il 118% del Pil. Per gli Stati Uniti la traiettoria è ancora più estrema: arrivare al 143% entro il 2030, superando per la prima volta anche quello italiano.

Quando tutti i principali paesi sono simultaneamente sotto pressione fiscale, la capacità collettiva di risposta a una crisi si riduce drasticamente. Il Fmi lo dice esplicitamente: i Paesi con spazio fiscale limitato devono evitare ulteriore indebitamento, razionalizzare le spese, migliorare la tax compliance. Devono mettere fieno in cascina. Ora, a parte che questa crisi sembra averne tutta l’aria, il punto è che in futuro, dovesse esserci per il nostro Paese di nuovo la necessità di un nuovo Recovery, gli altri Paesi avranno meno spazio materiale per un supporto.

Potrebbe essere più complicato mettere in piedi un nuovo Pnrr straordinario. Quello strumento — che ha finanziato una parte rilevante della crescita italiana degli ultimi anni e tenuto in piedi i conti — è stato possibile perché l’Europa aveva ancora la capacità e la volontà politica di mobilitare risorse comuni straordinarie. In un contesto in cui Francia e Germania sono esse stesse alle prese con conti deteriorati e spese per la difesa in forte aumento, quella stagione potrebbe essere passata. Chi dovrebbe finanziare il prossimo piano di rilancio è oggi alle prese con i propri problemi. Il punto non è sperare che non accada. È non farsi trovare impreparati quando accade. (Public Policy)

@m_pitta