Cosa prevede la bozza del dlgs delega Salari

0

ROMA (Public Policy) – Mentre la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha annunciato provvedimenti in vista del 1° maggio “per combattere il lavoro povero”, nei giorni scorsi è circolata la bozza del decreto legislativo di attuazione della delega sui salari che, al momento, ha oneri non ancora quantificati ma già posti a carico della prossima legge di Bilancio e dei “successivi provvedimenti legislativi di finanza pubblica”.

Il dlgs attua la delega al Governo, approvata a settembre 2025, che aveva di fatto sostituito integralmente la proposta delle opposizioni sul salario minimo affidando all’Esecutivo sei mesi di tempo (entro il 18 aprile 2026) per intervenire in materia di “retribuzione dei lavoratori” garantendo loro un “salario giusto ed equo”. La strada tracciata dal ddl delega è quella di estendere il trattamento economico complessivo minimo dei contratti maggiormente applicati ai lavoratori scoperti da contrattazione collettiva.

Ed è proprio la contrattazione collettiva a rappresentare il perno dello schema di decreto legislativo attuativo della delega. “La contrattazione collettiva costituisce lo strumento principale per la determinazione delle retribuzioni e per l’adeguamento del trattamento economico complessivo, in coerenza con l’articolo 36 della Costituzione”, si legge nella bozza.

E, ancora, viene “riconosciuta la piena centralità della contrattazione collettiva, che assicura ai lavoratori, nei singoli settori merceologici e professionali, un trattamento economico complessivo proporzionato e sufficiente in rapporto alla quantità e qualità del lavoro prestato”, recita l’articolo 4 del decreto che troverebbe applicazione su tutti i contratti di lavoro subordinato fatta eccezione per quelli di apprendistato, di lavoro domestico e intermittente. Così come restano esclusi i lavoratori dipendenti delle amministrazioni pubbliche.

Il decreto legislativo punta a “promuovere il tempestivo rinnovo dei contratti collettivi” e a “tutelare il potere di acquisto delle retribuzioni”. Per farlo, nel caso di ritardi nei rinnovi del contratto collettivo, si introduce un’indennità pari al 30% dell’inflazione programmata, che sale al 60% dopo 12 mesi di attesa.

Sono previste anche diverse agevolazioni fiscali. È il caso della tassazione agevolata sui rinnovi (con imposta al 5% dal 2027) per i redditi fino a 33mila euro. Sempre dal 2027 viene introdotta una tassazione al 15% per le maggiorazioni legate a lavoro notturno, straordinario e festivo per chi guadagna fino a 40mila euro. Dal 2028, invece, viene ridotta all1% l’aliquota sui premi di produttività e sulle somme erogate a titolo di partecipazione agli utili fino a 5mila euro. Viene inoltre innalzata a 3mila euro la soglia di esenzione fiscale per i fringe benefits. (Public Policy) GPA