Verso le Politiche, i nodi di Campo largo e cdx: il rebus delle coalizioni

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di David Allegranti

ROMA (Public Policy) – Il Parlamento è ancora in pausa estiva, ma i partiti non smettono di preparare le elezioni politiche del 2027. Entrambe le coalizioni hanno non pochi problemi da affrontare. Vediamo quali. Il campo largo non ha un leader o una leader riconosciuti, per questo servono le primarie anche se ancora non è chiaro con quali regole del gioco. Doppio turno o no? Quanti partecipanti? Il Pd ha un solo candidato o può averne più di uno? Ed essendo primarie di coalizione, chi compone la coalizione?

In senso stretto, il campo largo si riduce a Pd, M5s e Avs. La versione allagata comprenderebbe anche Casa riformista e +Europa, ma nel primo caso il M5s ha fin qui osteggiato la possibilità di un’alleanza con Matteo Renzi. O, meglio, alcuni esponenti di primo piano (Chiara Appendino), l’hanno esclusa direttamente, Giuseppe Conte invece ha mantenuto una posizione più attendista nei confronti dell’ex segretario del Pd ed ex presidente del Consiglio.

Fra i due d’altronde l’animosità in questi anni, anche quelli più recenti, non è mancata: “Giuseppe Conte è un uomo senza dignità. Quella che doveva diventare la bandiera della sinistra italiana, si conferma una banderuola che cambia idea a seconda delle convenienze. Lo abbiamo visto firmare i decreti Salvini e poi diventare l’icona della sinistra. Si considera progressista, ma non riesce a schierarsi contro Trump e contro Le Pen”, scriveva Renzi nel gennaio 2024 su Facebook.

Non che Conte sia stato da meno. “Renzi è una persona particolarmente astuta, è un perfetto campione della profonda contaminazione tra politica e affari”, diceva il leader del M5s nel corso di una conferenza stampa, sempre nel gennaio 2024: “Quindi diventa addirittura forse il più abile, anche se vediamo la sua dichiarazione dei redditi, a far tesoro di questo stato di cose che getta discredito sulle istituzioni e ovviamente approfittarne per integrare le proprie casse del bilancio personale e famigliare”.

Come i due possano convivere nel corso di una campagna elettorale è un mistero che soltanto la logica “testardamente unitaria” proposta da Elly Schlein potrà risolvere. E chissà se basterà. C’è poi la questione del programma elettorale. Viene prima il programma o vengono prima le primarie? E se vengono prima le primarie, esiste almeno un progetto, cioè una visione comune dei partiti che compongono la coalizione? Oppure lo si vedrà strada facendo?

A destra la situazione è diversa, ma non è detto che sia migliore. La coalizione ha una leader riconosciuta, collante della maggioranza fin dal 2022, elemento di stabilizzazione degli animal spirits di Palazzo Chigi: Giorgia Meloni. Gli elementi di forte disturbo tuttavia non mancano. Come Roberto Vannacci. Il leader di Futuro nazionale continua a crescere nei sondaggi e a manomettere la precaria armonia del destra-centro. Sfida continuamente Meloni & soci (sulla legge elettorale, sull’Ucraina) e cerca di prendere i voti tra i delusi anti-sistema.

Dopo aver conquistato probabilmente tutto il conquistabile della Lega, partito che lo ha fatto eleggere in Parlamento europeo, Vannacci adesso punta ai voti di Fratelli d’Italia, ma anche a quelli del M5s. D’altronde i toni di Vannacci ricordano il Beppe Grillo delle origini. E non solo quelli, ha spiegato nelle settimane scorse il politologo Marco Tarchi a La Nazione: “Ci sono elementi comuni, non solo nei toni ma anche nei contenuti del messaggio. Come Grillo, Vannacci è nel fondo un populista. Chi ha letto il libro che lo ha fatto uscire dall’anonimato, ‘Il mondo al contrario’, si sarà reso conto che si tratta forse del primo manifesto simil-ideologico del populismo, il cui destinatario è il classico uomo qualunque, tendenzialmente antipolitico, con tutte le sue insoddisfazioni, fobie, insofferenze, nostalgie e voglie di reazione contro il modo in cui vanno le cose e i dogmi del politicamente corretto. Il problema è che Vannacci insiste molto sul suo essere di destra (e si capisce perché), termine che ai populisti non dice più niente”.

Il “caso Vannacci” non è destinato a esaurirsi. Semmai diventerà più chiaro nel corso delle prossime settimane quale sarà il suo impatto sulla coalizione di destra-centro, ovvero se ne farà parte o meno. Il leader di Futuro nazionale è destinato a rimanere un elemento di forte disturbo. Così come a sinistra, per il campo largo, potrebbe esserlo Alessandro Di Battista, qualora decidesse di candidarsi con un suo partito. (Public Policy)

@davidallegranti