di David Allegranti
ROMA (Public Policy) – E se Donald Trump perdesse le elezioni di midterm del 3 novembre? “Se vincono loro, sarò Mr Veto”, ha detto il presidente degli Stati Uniti lasciando intendere che la vita per i Democratici sarebbe tutt’altro che semplice. Ma c’è chi si spinge oltre, ipotizzando una autentica rivolta da parte di Trump – una rivolta delle élite insomma – pronto a denunciare presunti e invero inesistenti brogli elettorali organizzati dagli avversari “comunisti”. D’altronde non sarebbe la prima volta, come testimonia tragicamente l’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021.
Al momento, il 52 per cento degli elettori, secondo un sondaggio NBC, preferirebbero un controllo del Congresso da parte dei Democratici, contro il 45 per cento dei Repubblicani. Non mancano tuttavia i colpi di scena: in Michigan la deputata democratica Haley Stevens ha scaricato il collega di partito e candidato al Senato Abdul El-Sayed, che l’aveva battuta alle primarie, e ha annunciato l’appoggio al rivale repubblicano Mike Rogers. “È una grande notizia”, ha scritto sul suo social Truth il presidente statunitense celebrando il “coraggio” di Haley e intravedendo qualche chance per il suo candidato iper trumpiano, Rogers, attualmente indietro nei sondaggi.
Ad agosto la vittoria di El-Sayed aveva esaltato la sinistra statunitense, da Bernie Sanders ad Alexandria Ocasio-Cortez, convinta com’è – tuttora – che il modello Zohran Mamdani sia da perseguire anche per le elezioni presidenziali del 2028, quando Donald Trump non ci sarà più e il candidato conservatore sarà, forse, J.D. Vance. Resta il dubbio, però, che i vari El-Sayed siano in grado di vincere le elezioni “vere”. Ma lo scopriremo fra poche ore. Trump in questi mesi ha avuto gioco facile nell’accusare i Democratici di “comunismo”: secondo un sondaggio CNN/SSRS di agosto il 34 per cento degli elettori Democratici o comunque di orientamento Democratico si è identificato come “socialista democratico”. Chissà se con questa espressione intendevano il socialismo scandinavo oppure il socialismo di Megan Romer, copresidente dei Democratic Socialists of America, che vorrebbe attuare le seguenti prescrizioni: abolizione del Senato, abolizione dei confini e amnistia per chiunque viva illegalmente negli Stati Uniti, de-finanziamento del Pentagono, nazionalizzazione della maggior parte delle grandi aziende.
“Un elettore di 25 anni frequentava le elementari durante la crisi economica del 2008 e ha visto tutto: genitori spaventati, posti di lavoro persi”, ha osservato il Wall Street Journal, quotidiano conservatore, nei mesi scorsi, cercando di capire perché i socialisti abbiano tanto successo fra i democratici: “Negli anni successivi, ha visto i salvataggi finanziari e nessuno a Wall Street che ne pagasse le conseguenze. Questo ha indebolito la sua fiducia nel sistema economico di libero mercato”. Non è una storia solo Usa. Un po’ dappertutto, a destra, i movimenti nazional-populisti hanno indebolito e, in qualche caso, preso il posto dei partiti conservatori tradizionali. Stesso discorso a sinistra: i progressisti duri e puri cercano di scalzare partiti e componenti più riformiste e moderate. Queste linee di frattura trovano riscontro in tutta Europa, dalla Francia alla Germania, senza dimenticare quel che accade dalle nostre parti.
El-Sayed, candidato senatore alle elezioni di midterm in Michigan, laureato in medicina alla Columbia, abile comunicatore, è un prodotto della sinistra populista. Condanna il ruolo del denaro nella politica, ha fatto campagna elettorale attaccando la sua avversaria, Stevens, oggi diventata sostenitrice del candidato repubblicano, per le sue posizioni filo-israeliane, lui che considera “malvagio” il Governo israeliano e definisce “genocidio” quello che ha fatto contro i palestinesi. La sua vittoria ad agosto aveva scatenato Trump, che ha colto l’occasione per alimentare la sua già rodata campagna contro “comunisti” e “antifa”. Ma anche Trump ha dovuto fronteggiare qualche dietrofront in queste settimane. Di recente è stato Joe Rogan, popolare podcaster e suo sostenitore alle elezioni del 2024, a rivedere il suo sostegno al presidente MAGA. Il più grosso colpo di scena tuttavia potrebbe arrivare in Texas, dove James Talarico, candidato democratico al Senato, da mesi è dato in vantaggio sul candidato Ken Paxton del Partito Repubblicano, un altro trumpiano sostenuto da Trump. Il Texas è storicamente terra dei Repubblicani, ma il 37enne ex seminarista è arrivato finora dove nessuno aveva osato. Vediamo se alla fine ce la farà e se Trump entrerà nella sua modalità ferocemente rottamatrice. (Public Policy)
@davidallegranti
(foto cc White House)





