Twist d’Aula – Manovra, finalmente: tutti contenti, tranne la crescita

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di Massimo Pittarello

ROMA (Public Policy) – Ventisei miliardi, finanziati per oltre la metà in deficit grazie alla flessibilità europea, a fronte di una spesa per interessi che nel 2027 arriverà a quasi 104 miliardi, cioè quattro volte tanto, e di una crescita che il Governo stesso non vede mai superare l’1% da qui al 2029. È dentro questi numeri che va letta l’ultima legge di Bilancio della legislatura.

Una manovra che, almeno in apparenza, tiene i conti in ordine quanto basta per sperare di uscire dalla procedura per deficit eccessivo già in primavera, distribuisce qualcosa a quasi tutti i segmenti dell’elettorato e consente a ciascun partito della maggioranza di rivendicare una bandiera, senza però che nessuno possa pretendere troppo. Non a caso lo stesso Giorgetti avrebbe osservato che “alla fine è meglio che non siamo andati sotto al 3%”, perché restare sopra quella soglia gli ha risparmiato richieste ancora più onerose da parte dei partiti. È la conferma che quel 3,1%, come si era scritto in questa rubrica, era un problema ma anche una soluzione. Tuttavia resta un problema di fondo, che è quello di una manovra “perfetta” per un Paese che ha dimenticato cosa sia la crescita.

A guardarla nel dettaglio, l’estensione dell’aliquota del 33% fino a 55mila euro, benché dimezzata rispetto ai 60mila promessi, resta una misura strutturale, così come l’esenzione dal bollo, che riguarda circa il 70% dei veicoli in circolazione. In materia fiscale è rilevante anche l’innalzamento da 85 a 100mila euro della soglia del regime forfettario, che però non è privo di controindicazioni. La prima riguarda l’equità: a parità di reddito, sulla quota che eccede i 55mila euro un dipendente paga il 43%, mentre un autonomo in regime forfettario resta al 15%. La seconda è che si incentivano i professionisti a restare sotto i 100mila euro, cioè a non crescere e a rimanere “da soli”, limitando di fatto quella crescita dimensionale di cui il sistema produttivo italiano avrebbe bisogno. Si tratta di un problema noto anche al governo, tanto che la stessa premier ha detto di sperare che sugli incentivi alle aggregazioni, chiesti dal mondo produttivo, si possa lavorare durante l’esame parlamentare della manovra.

Tornando alle altre misure, è evidente la loro natura contingente: il premio di 2.500 euro tassato all’1% per i lavoratori under 30, il voucher da 300 euro per le spese sanitarie degli over 75 con pensioni fino a 28mila euro, il mese in più di congedo parentale. Le opposizioni concentrano qui la loro critica, parlando di “misure elettoralistiche”. L’accusa può essere fondata, ma rischia di rivelarsi poco efficace, perché ogni ultima manovra prima del voto ha cercato il consenso. Inoltre queste mance, se di mance si tratta, raggiungono platee reali, dagli anziani a basso reddito alle famiglie con figli, e risultano migliori di molte che le hanno precedute. Il vero limite della manovra non sta in ciò che distribuisce, ma in ciò che non fa per la crescita.

Lo si vede con chiarezza guardando al lavoro dipendente. La detassazione al 5% degli aumenti contrattuali, confermata anche per il 2027, si ferma ai redditi fino a 33mila euro. Il premio per gli under 30 riguarda chi è appena entrato nel mercato del lavoro. Il taglio dell’Irpef vale al massimo 500 euro l’anno, cioè poco più di 40 euro al mese, per chi guadagna tra 50 e 55mila euro. Resta la tassazione all’1% dei premi di produttività fino a 80mila euro di reddito, che però è una conferma e non una novità. In questo modo si sostiene soprattutto il lavoro a basso salario. Chi guadagna 40, 50 o 60mila euro, e cioè proprio quel lavoro qualificato da cui dipende la produttività di un’impresa, ottiene invece ben poco.

Nulla di cui stupirsi, anche perché nessuno si aspettava grandi cose da una legge di Bilancio costruita con margini così stretti. Ma il punto è proprio questo. Se si guarda la manovra senza gli occhiali della politica, si trovano misure strutturali, una quadratura elettorale accurata ma anche l’ormai tradizionale scarsa attenzione alla produttività, che resta il vero problema strutturale del Paese. Il Dpfp prevede una crescita dello 0,8% nel 2027, dello 0,9% nel 2028 e di nuovo dello 0,8% nel 2029, mentre la spesa per interessi salirà dal 4,3 al 4,7% del Pil. Forse è arrivato il momento di fare i conti, e di fare pace, con l’idea che non siamo un Paese destinato a crescere. (Public Policy)

@m_pitta

(foto cc Palazzo Chigi)