Referendum e dintorni: si è persa l’occasione di un confronto civile

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di David Allegranti

ROMA (Public Policy) – Da ieri sono aperte le urne per il referendum costituzionale sulla riforma Nordio. Alta l’affluenza: alle 23 di ieri aveva votato il 46,07 degli aventi diritto e oggi c’è tempo fino alle 15. Un dato molto alto, sul quale in diversi si sono lanciati in speculazioni affrettate: “Credo che di fronte a un dato così imprevisto sulla partecipazione convenga a tutti attendere solo ed esclusivamente lo scrutinio dei dati reali”, dice il professor Stefano Ceccanti, docente di diritto pubblico comparato dell’Università La Sapienza di Roma. “Potrebbero infatti rivelarsi non adeguate tante altre generalizzazioni ricavate dalla partecipazione, a partire dalla sin qui presunta e meccanica corrispondenza tra aumento dell’affluenza e aumento delle probabilità di vittoria del Si e da presunti exit polls che darebbero invece in vantaggio, sia pur di poco, il No. Nessuno è al momento in possesso di informazioni credibili risolutive”.

La disfida in questi mesi è diventata eminentemente partitica, nel senso che il merito della questione è stato superato dalla feroce dialettica referendaria. In parte è una dinamica condivisibile, in parte no; in parte è fisiologica, in parte no. L’oggetto del referendum è stato in alcuni casi trascurato per essere trasformato in un duello sul Governo, su Giorgia Meloni. Come se appunto non si dovesse votare sulla separazione delle carriere o sull’introduzione di due CSM o di un’Alta Corte disciplinare, ma sull’Esecutivo di destra-centro.

Entrambi gli schieramenti hanno perso l’occasione di un confronto civile, come testimonia anche la sortita di Giusi Bartolozzi, magistrato, capo di gabinetto di Carlo Nordio, con quella sua improvvida sortita sul fare piazza pulita dei magistrati. A beneficiare della confusione, comunque, potrebbe essere il No, che rischia di vincere proprio perché nella polarizzazione dello scontro ha tramutato il referendum in una strenua difesa della democrazia, sotto assalto, hanno detto, di un Governo autoritario che vuole indebolire l’indipendenza della magistratura. Gianrico Carofiglio, ex magistrato, ex parlamentare del Pd, lo aveva detto agli ex colleghi mesi fa: “Spiegate poche cose, per farvi capire meglio dai cittadini. Ma dite una cosa, su tutte: il sorteggio è un sistema barbaro e costituzionalmente inaccettabile”.

Inutile insomma esibirsi in tecnicismi, fate passare un messaggio chiaro. Lo stesso Carofiglio si è attenuto a questa regola, spiegando per l’appunto che il sorteggio è un attacco alla costituzione. Vi fareste voi curare da un’equipe medica sorteggiata?, ha detto Carofiglio nei giorni scorsi. Una sua ex collega, Natalia Ceccarelli, giudice della Corte di Appello di Napoli, che fa parte del movimento Articolo Centouno, nato contro le correnti, ha spiegato durante un acceso confronto con un collega schierato per il No perché invece il sorteggio è l’unica soluzione: “Solo così sarà possibile far entrare all’interno del Csm magistrati al di fuori del sistema delle correnti, soggetti solo alla legge e non ai propri elettori. Così ci sarà una composizione realmente democratica del Csm perché consentirà davvero a tutti i magistrati di accedere”.

Come dice il professor Ceccanti, inutile lanciarsi in previsioni, tra poche ore sapremo. Intanto però possiamo dire che se vincesse il No, il governo di Giorgia Meloni non cadrebbe. La presidente del Consiglio è stata molto chiara; peraltro, a differenza di altri in passato, non ha mai detto che si sarebbe dimessa in caso di sconfitta. Certo, se la vittoria del No – con questi numeri sull’affluenza così alti, fosse netta – il governo dovrebbe prendere atto di avere un grosso problema. E senz’altro non mancherebbero i distinguo degli alleati, come Matteo Salvini, che fin qui è stato relativamente silente in attesa della fine del referendum.

Se vincesse il No, l’opposizione rischierebbe tuttavia di sopravvalutare sé stessa; potrebbe scambiare il risultato del referendum per l’anticipo del risultato alle elezioni politiche del 2027. Intanto dovrebbe iniziare a ragionare attorno a un programma condiviso (finora assente e i forti distinguo sulla politica estera lo dimostrano) e a una leadership riconosciuta; forse, in questo caso, Giuseppe Conte avrebbe non poche carte da spendere. Se invece vincesse il sì, vale lo stesso discorso sull’alta partecipazione: Meloni uscirebbe molto rafforzata, il che le consentirebbe di occuparsi con serenità delle altre partite da giocare: dal premierato alla legge elettorale. Una vittoria del Sì lascerebbe l’opposizione senza piano B. Ha puntato tutto sulla vittoria. Non potrebbe evitare, in ogni caso, di individuare il nuovo leader ma forse tornerebbe in auge la necessità del papa straniero, esterno alle leadership tradizionali. (Public Policy)

@davidallegranti