di Massimo Pittarello
ROMA (Public Policy) – Se cinque anni fa, in piena pandemia, ci avessero detto che il programma per modernizzare l’Italia, occasione unica e irripetibile per il rilancio del Paese, sarebbe finito con una patrimoniale, avremmo pensato a una barzelletta. Eppure nelle pieghe dell’ultimo decreto Pnrr c’è un “contributo di vigilanza sui fondi pensione” che dal 2026 imposta un prelievo che arriva fino allo 0,1% sull’intero patrimonio gestito e accumulato. Una mini tassa sul patrimonio che marchia l’epilogo di un piano che non ha ottenuto i risultati che si era prefissato.
C’è qualcuno che evidenzia il lato positivo, quello quantitativo. A differenza dei fondi strutturali europei, dove l’Italia ha tradizionalmente speso assai meno della quota a sua disposizione, per il Pnrr finora sono stati ottenuti 166 miliardi sui 194,4 totali — nove delle dieci rate complessive — e circa 125 miliardi sono già stati spesi. In teoria, una buona notizia. Ma se dal “quanto” passiamo a vedere il “come” sono stati utilizzati, il giudizio è assai meno lusinghiero. Tanto più che 122 miliardi sono prestiti dell’Ue, e che gli altri 72 sono “a fondo perduto” solo formalmente, perché sono debito condiviso ripagato anche dagli italiani.
Dopo essersi “dimenticata” di menzionare il piano nell’assemblea di Confindustria di martedì, mercoledì Meloni ha diffuso un videomessaggio in cui legittimamente rivendica che in 4 anni — grazie a Fitto — il piano è andato avanti, ma anche che i 166 miliardi già incassati da Bruxelles, l’85% della dotazione, sono stati utilizzati per finanziare 660mila progetti: in media, circa 250mila euro a progetto. E se aggiungiamo che ne esistono una decina da qualche miliardo ciascuno, per tutti gli altri si tratta di importi sufficienti per una pista ciclabile, una rotatoria, il cambio luci di una piazza. Progetti che seguono i rivoli clientelari della spesa pubblica improduttiva, non gli investimenti che fanno da volano per lo sviluppo del sistema produttivo.
Il Pnrr doveva portare circa 9 decimali di crescita in più all’anno. Dal 2024 fino al prossimo anno dovremmo rimanere sempre intorno al mezzo punto. Ergo, se ci ha evitato la recessione, non ha prodotto nessuna spinta. Per avere un’idea, il Piano Marshall erogò all’Italia 1,5 miliardi di dollari dell’epoca, circa 20 miliardi ai prezzi di oggi. Il PNRR ne stanzia 10 volte tanto. Il paragone è impietoso, perché il Marshall ricostruì le fondamenta industriali di un Paese distrutto dalla guerra, mentre il PNRR non è riuscito a mettere mano a nessuna delle debolezze strutturali di un Paese fermo da venticinque anni.
Certamente c’è stato qualche successo. Al di là di essere riusciti a ottenere quasi tutti i finanziamenti, c’è un successo implicito, una eterogenesi dei fini: il “trasloco” della spesa per investimenti pubblici dal bilancio nazionale — dove tradizionalmente veniva convertita in spesa corrente per non far crescere il debito di cassa, bloccando però lo sviluppo — a una struttura sotto controllo di Bruxelles. Spesso anche qui la spesa è stata in parte trasformata, ma in alcuni casi gli investimenti reali sono rimasti. Sul fronte della giustizia gli arretrati civili sono stati ridotti significativamente, anche se ora il pendente sta tornando a crescere. La digitalizzazione della Pa ha fatto passi da gigante, anche se con qualche controindicazione vistosa, visto che il costo medio per realizzare un sito web di un Comune è triplicato. Ma a ben vedere non si tratta di azioni “straordinarie”.
In audizione alla Sala del Mappamondo alla Camera è stato Giorgetti a dire che dei 107 miliardi spesi finora la gran parte è andata a coprire voci di spesa già programmate (assunzioni di giovani e donne, comunità energetiche, asili nido, rinnovabili), più qualcosa di non programmato (Superbonus et alii). Una grossa fetta di Pnrr ha quindi sostituito il bilancio ordinario, non lo ha integrato. Il Governo, su suggerimento di Bruxelles, sta ora rimodulando il piano per finanziare gli aiuti contro il caro energia, e sta valutando di toccare anche i fondi di coesione 2021-2027 — un “tesoretto” tra i 3 e i 5 miliardi. Tradotto: si raschia il barile delle risorse già stanziate per coprire spese correnti dell’emergenza in corso, perché di nuovi soldi non se ne parla.
Siamo all’epilogo del Piano. Manca un’ultima revisione. Restano 80,9 miliardi da spendere, di cui circa 25-30 ancora da certificare. Ci sono 23,8 miliardi parcheggiati in strumenti finanziari che produrranno effetti dopo la scadenza, evitando la restituzione dei prestiti. Per il futuro, è possibile che venga adottata la linea espressa dall’Fmi il 5 maggio scorso, quando disse che «rifinanziare il debito del Recovery è una buona opzione per soddisfare spese necessarie». In effetti, con un “Recovery bis” verrebbe replicato il controllo esterno dell’Ue su parte della nostra spesa pubblica. E non sarebbe un male, perché se abbiamo speso quasi 200 miliardi di debito a carico delle future generazioni in questo modo, nonostante vincoli e condizioni di Bruxelles, pensate come saremmo in grado di sperperarli bene da soli. Fino alla prossima patrimoniale sui vostri fondi pensione. (Public Policy)
@m_pitta
(foto cc Palazzo Chigi)





