Twist d’Aula – Inflazione e Midterm: cosa dicono a Roma?

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di Massimo Pittarello

ROMA (Public Policy) – Le uova, o meglio il loro prezzo, gli si sono rotte nel paniere, e la benzina ha reso caro anche ai suoi elettori arrivare alle urne. Il tema dell’inflazione, che Trump aveva cavalcato per rientrare alla Casa Bianca ma che la sua politica estera ha aggravato invece di risolvere, è una delle principali ragioni della debacle repubblicana alle Midterm. Ed è un tema che peserà anche in Italia, come altri che hanno pesato negli Stati Uniti: la sanità, la società a forma di K, la tassazione dei miliardari e, se volete, una sinistra folgorata sulla via di Damasco, che in Texas e Kansas vince candidando dei prelati.

Sicuramente lo scontro tra Leone e Trump non ha giovato al presidente, con molti cattolici in difficoltà di fronte al suo atteggiamento poco istituzionale. Tornando in Italia, chissà che a destra non guardino ad un rafforzato asse tra sinistra e mondo cattolico. Se ieri c’era D’Alema che definiva papa Francesco il leader della sinistra, oggi l’ex no-global Luca Casarini trova Dio in mare e dice che “comunione” e “comunista” hanno la stessa radice. Evidentemente la religione non è più l’oppio dei popoli. Vedremo quale sarà il mix di cattocomunismo che troveranno Cei e centri sociali, ma nell’attesa della rivelazione possiamo guardare a temi più concreti (venali?), come inflazione, sanità e patrimoniale.

A ottobre i prezzi al consumo sono saliti del 5,4% su base annua, più che in Spagna, Francia e Germania. E purtroppo gli italiani percepiscono un’inflazione quasi tre volte superiore a quella misurata dall’Istat. Il prezzo alla pompa e le accise, tagliate ma non abolite (i social pullulano di video di una Meloni d’antan che ne promette l’abolizione), possono replicare quanto accaduto negli Stati Uniti e punire chi oggi è al Governo (anche se ha meno colpe di chi sta a Washington). Tre italiani su quattro, infatti, dichiarano che i rincari pesano sulla gestione quotidiana, una quota che tra gli under 35 supera l’80%.

Nella legge di Bilancio all’esame della Camera, il Fondo sanitario sale a 146,3 miliardi nel 2027, ma il suo peso sul Pil è destinato a scendere dal 6,14% di quest’anno al 5,87% del 2029. Un problema, visto che gli italiani hanno speso di tasca propria 42,4 miliardi per curarsi, mentre 5,6 milioni sembra abbiano rinunciato a farlo. Inoltre, tra le Regioni che lamentano tagli alla sanità, ce n’è anche qualcuna di centrodestra, come la Lombardia, a rappresentare una frattura interna alla maggioranza.

Al netto di eventuali sorprese e novità, le Midterm Usa indicano questi come temi determinanti per il consenso. Eppure, le opposizioni sembrano averlo colto solo in parte. C’è chi definisce la Manovra “elettorale” (chi è senza peccato scagli la prima pietra, visto che va di moda il cattocom), chi lamenta la poca attenzione alla crescita (cruccio abituale di una manciata di disillusi) e chi parla di “rapina sociale” destinata a provocare una rivolta, quando pure non mancano misure distributive e i soliti bonus a favore di molte categorie.

Il guaio è che, quando l’accusa è totale, alla maggioranza basta un numero per rispondere, e infatti la replica è arrivata puntuale, tra il costo del Superbonus e i miliardi in più stanziati per la sanità rispetto ai governi giallorossi. Eppure ci sarebbero argomenti meno retorici. Con la flat tax al 15% estesa agli autonomi fino a 100mila euro, una partita Iva da 80mila euro paga meno di 8.500 euro di imposte, mentre un dipendente con lo stesso reddito ne versa circa 21mila. Il taglio all’indicizzazione, nel frattempo, annulla lo sconto Irpef per un terzo dei pensionati del ceto medio interessati. Le misure per i giovani assunti nel concreto valgono nulla. Eccetera, ma forse è troppo complicato.

C’è poi il grande tema della patrimoniale (pardon, la tassa sui “super ricchi”), unico terreno che il centrodestra ha dichiarato di non voler occupare. Ma non vogliono occuparlo nemmeno i 5 stelle, e il Pd lo guarda senza alcun entusiasmo. La proposta prevede un’imposta speciale sui patrimoni superiori ai 5,4 milioni di euro che, colpendo circa 50mila persone, porterebbe all’Erario intorno ai 13 miliardi l’anno. Non è detto che funzioni e le obiezioni sono serie, a partire dalla difficoltà di valutare i patrimoni non quotati fino al rischio di fuga dei capitali. Ma, a parte Avs, non sembra interessare più di tanto alle opposizioni. Eppure il tema, anche a livello internazionale, è molto attuale. Con qualche centinaio di super-ricchi “proud to pay” che chiedono di essere tassati di più.

Un’occasione mancata, o forse un boomerang, perché intanto Meloni può rivendicare sia le tasse sugli “extraprofitti delle multinazionali”, sia l’inserimento in Manovra di una “exit tax” che colpisce chi trasferisce la residenza all’estero possedendo beni finanziari per almeno 800mila euro. Le opposizioni, invece, fanno la lista della spesa: il ritorno del reddito di cittadinanza, il salario minimo indicizzato, la settimana corta e una nuova curva dell’Irpef, cioè un elenco senza gerarchia in cui nessuna proposta riesce a diventare riconoscibile. Ma così l’opposizione rincorre l’Esecutivo sul terreno che quest’ultimo ha già occupato, quello della distribuzione urbi et orbi, e lascia sguarnito l’unico che il Governo ha escluso, almeno a parole. Eppure il messaggio delle Midterm sembra piuttosto chiaro. (Public Policy)

@m_pitta

(foto cc Palazzo Chigi)