Twist d’Aula – La flessibilità non passa dal 3%

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di Massimo Pittarello

ROMA (Public Policy) – Una risposta rigida alla domanda di flessibilità italiana sarebbe difficile da spiegare. Non che manchino i motivi per tener sotto controllo i conti, visto che la nostra spesa per interessi è prevista in crescita da 87 miliardi del 2025 a oltre 117 nel 2029 e che il rischio debiti sovrani coinvolgendo anche Stati Uniti e Francia sta diventando sistemico.

Tuttavia le regole europee ammettono deviazioni in presenza di circostanze eccezionali, ci sono comprensibili ragioni politiche e, soprattutto, nell’ultimo decennio la flessibilità non è mai passata direttamente per il 3%. Anzi, è stata giustificata con le più svariate motivazioni, che talvolta non reggono il confronto con la prospettiva di un’inflazione destinata a restare “molto alta molto a lungo”.

Nel 2014 con Padoan all’Economia e Renzi a Palazzo Chigi, l’Italia ottenne margini rilevanti con una motivazione apparentemente tecnica, quella dell’output gap. In pratica, si sosteneva che Bruxelles sottostimasse il Pil potenziale e che quindi, con un’economia depressa dal ciclo negativo, fosse giustificato un disavanzo più alto. Concetto brillante, anche se difficile da calcolare. Che però funzionò, convincendo Bruxelles.

Fu il primo episodio di una lunga serie. Grazie alla presentazione di riforme strutturali (per capirci, il Jobs Act…) l’Italia riuscì a negoziare una riduzione dell’aggiustamento richiesto da Bruxelles. Nel 2016, la Commissione riconobbe lo 0,75% del Pil di flessibilità per riforme e investimenti, a cui si aggiunse lo 0,1% per migranti e sicurezza, per un totale di circa 14 miliardi. Successivamente, per via del terremoto del Centro Italia venne scorporato un ulteriore 0,2%.

Altra idea tutta italiana fu quella relativa alle clausole di salvaguardia sull’Iva. Gli aumenti automatici delle imposte indirette, inseriti a legislazione vigente e rinviati di manovra in manovra, consentivano di presentare saldi formalmente coperti contando su entrate future che politicamente nessun governo intendeva davvero incassare.

Nel 2018, oltre alle esultanze dal balcone di Palazzo Chigi per un 2,4% che poi era un 2,04%, nel negoziato trovarono spazio le spese eccezionali collegate al crollo del ponte Morandi e alla messa in sicurezza del territorio. E tuttavia furono poi approvati Reddito di Cittadinanza, Quota 100, e successivamente il Superbonus, che hanno provocato spese con le quali i decimali di deficit hanno davvero poco a che fare.

Con l’arrivo della pandemia venne attivata la General Escape Clause, per cui agli Stati fu consentito di discostarsi temporaneamente dai normali requisiti di bilancio per fronteggiare la crisi. Dopodiché, la sua estensione fu giustificata anche dalla guerra in Ucraina, dall’incertezza economica e dall’impennata senza precedenti dei prezzi energetici (oggi il gas è intorno ai 70 euro al megawattora, nel 2022 superò i 300).

Arrivando a tempi più recenti, non è un segreto che parte delle risorse del Pnrr sia stata spostata da investimenti diventati difficili da realizzare nei tempi verso altri capitoli di spesa (secondo l’Upb la sesta revisione ha migliorato il deficit 2026 di 4,8 miliardi, circa un quinto delle coperture dell’ultima manovra).

Oggi il nuovo Patto di stabilità ha lasciato intatta la soglia del 3%, ma ha spostato il baricentro della sorveglianza sul percorso pluriennale della spesa netta, che l’inflazione contribuisce a far crescere in termini nominali visto che aumenta il costo di beni e servizi acquistati dalla pubblica amministrazione, si trasmette alle prestazioni indicizzate, ai contratti e a una parte dei trasferimenti. La spesa può quindi correre più velocemente del sentiero stabilito semplicemente perché il livello dei prezzi è diverso da quello assunto quando quel sentiero era stato costruito. Senza dimenticare che l’avanzo primario è di circa 1,3 punti di Pil, il che vuol dire che al netto degli interessi lo Stato spende meno di quanto incassa dai cittadini.

Al di là di quello che accadrà all’Ecofin di venerdì o nelle settimane successive, basta allargare l’inquadratura all’ultimo decennio per verificare che la partita sulla flessibilità non è mai veramente passata per il 3%. Anche se quel numero è sempre rimasto lì, nel tempo sono cambiati i criteri con cui stabilire quanto velocemente raggiungerlo, quali spese considerare, quali circostanze riconoscere come eccezionali e quali deviazioni rendere compatibili con il percorso dei conti pubblici. C’è un giudizio formale di Bruxelles, ma sulla flessibilità italiana ce n’è un altro ben più rigido e sostanziale: quello dei mercati. Ed è quello a cui bisogna davvero guardare. (Public Policy)

@m_pitta

(foto cc Palazzo Chigi)