di Massimo Pittarello
ROMA (Public Policy) – Il decreto Bollette apre ufficialmente il calendario elettorale, segnando l’ingresso in una nuova fase politica. A lungo Meloni ha indossato l’abito istituzionale, concentrandosi sulla tenuta dei conti pubblici, sul rapporto con Bruxelles e sulla collocazione internazionale dell’Italia. Ora riemerge però lo stile barricadero di una leader che mobilita. Qualcosa si è già visto in vista del referendum. Qualcosa di più marcato potrebbe avvenire subito dopo.
Complice qualche uscita improvvida dei suoi ministri sulla consultazione referendaria, lo scontro tra fazioni si è acuito fino a chiamare in causa il Quirinale. I sondaggi indicano che il clima incandescente non favorisce i sostenitori del Sì, che potrebbe risultare più competitivo in un contesto depoliticizzato. Meloni ha chiarito fin dall’inizio che non si tratta di un voto sul Governo. Tuttavia, la polarizzazione è in corso.
Il vero punto, però, è ciò che accade a urne chiuse, perché il calendario conduce verso le politiche. Sia che vinca il Sì, e a maggior ragione se prevalesse il No, Meloni potrebbe tornare a una strategia di costruzione del conflitto esterno per consolidare il consenso. I segnali non mancano: il confronto con Macron, il tema della sicurezza, la gestione dei migranti, la tensione di piazza con la sinistra radicale, la critica ad alcuni eccessi green di Bruxelles. Tra questi rientra il dossier bollette.
Su questo terreno il decreto Energia è la risposta immediata. L’aumento di due punti di Irap per le imprese della filiera energetica dovrebbe generare circa un miliardo di gettito in due anni, da destinare alla riduzione dei costi in bolletta per famiglie e Pmi non energivore. Sono previste la riduzione degli oneri generali di sistema, una parziale sterilizzazione degli effetti del prezzo marginale dell’energia elettrica legato al gas, oltre a una rimodulazione degli incentivi alle rinnovabili e a un intervento sui margini straordinari generati dal differenziale tra costi di produzione e prezzi di mercato. Il provvedimento si muove però entro un perimetro europeo vincolante: la revisione del sistema Ets e delle regole sugli aiuti di Stato resta materia negoziale con Bruxelles, e una parte degli effetti strutturali è rinviata al 2027.
Ma nel decreto c’è anche una dimensione più direttamente elettorale. La transizione energetica ha un costo e gli incentivi a solare ed eolico si riflettono in bollette che oltre quattro italiani su cinque giudicano elevate e che, secondo Eurispes, hanno costretto circa un cittadino su due a ridurre altre spese. In parallelo si delinea un possibile bersaglio polemico: i grandi operatori energetici, percepiti da una parte dell’opinione pubblica come responsabili di prezzi elevati e pratiche commerciali aggressive. Individuare in quel sistema un interlocutore conflittuale consente di spostare il focus dal governo al funzionamento del mercato, anche quando lo Stato è azionista di riferimento.
C’è poi una questione di potere meno visibile ma centrale. I vertici delle tre principali società energetiche a controllo pubblico – Enel, Eni e Terna – sono in scadenza. Le nomine offrono al governo la possibilità di orientare le strategie aziendali verso una riduzione dei costi per i consumatori, con un riflesso diretto sul ciclo elettorale. La questione è quale combinazione di scelte verrà adottata e a quale costo per gli azionisti e per la fiducia dei mercati.
La probabile riconferma dei vertici garantisce continuità gestionale, ma potrebbe avere come contrappeso una pressione maggiore sui dividendi, sugli investimenti o sull’utilizzo dei margini straordinari per contenere le bollette. Non si tratta di una riforma del mercato elettrico europeo, bensì di interventi con effetti prevalentemente redistributivi e di breve periodo.
La tensione è evidente. Da un lato la necessità di preservare credibilità finanziaria e solidità industriale delle partecipate. Dall’altro la tentazione di utilizzare la leva energetica in chiave politica. La domanda resta aperta: il costo della riduzione delle bollette ricadrà sugli investitori equity o sarà assorbito attraverso altre scelte di finanza pubblica? È la versione 2.0 della “lotta agli extraprofitti delle banche”. Il rischio è replicare una dinamica già vista, con effetti collaterali sui mercati. Il decreto segna comunque il ritorno a una postura più conflittuale e popolare, destinata a incidere su aspettative, investimenti e consenso. Nei prossimi mesi si capirà se si tratta di una tattica o dell’asse della seconda fase del governo. Ne riparliamo a urne chiuse. (Public Policy)
@m_pitta





