Il Campo largo e il logorio della coalizione moderna

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di David Allegranti

ROMA (Public Policy) – Prima la riunione della segreteria (mercoledì 30 settembre), poi la riunione della direzione nazionale (venerdì 2 ottobre). Il Pd cerca di destarsi dal torpore vacanziero in cui è finito per un paio di mesi. Mentre Giuseppe Conte teneva il punto (sull’Ucraina fra le altre cose, con il suo irenico irredentismo pacifista), il partito di Elly Schlein era in villeggiatura; letteralmente, nel caso della segretaria. Tant’è che nei giorni scorsi, a Montecitorio, il leader del M5s aveva pungolato i potenziali compagni di viaggio del Campo largo: “Noi siamo pronti, aspettiamo gli alleati. Non possiamo certo riunirci da soli”.

Il riferimento, che né Avs né il Pd hanno preso bene, era al programma della coalizione. Ed è il Pd soprattutto a essere senza programma, impegnato com’è a capire come affrontare le eventuali primarie di coalizione. Non poche le questioni ancora da affrontare: con doppio turno o no? E quanti candidati del Pd si possono presentare? Solo la segretaria o anche altri aspiranti sfidanti, come Giorgio Gori? C’è poi una questione non secondaria: il mandato di Schlein alla guida del Pd sta per scadere. L’articolo 8 dello Statuto del Pd (“Durata dei mandati del Segretario e dell’Assemblea nazionale”) dice che il leader è in carica per quattro anni. “Il Presidente dell’Assemblea nazionale indice l’elezione dell’Assemblea e del Segretario nazionale sei mesi prima della scadenza del mandato del Segretario in carica”. Schlein è entrata in carica il 14 marzo 2023, dunque il Pd è già in ritardo rispetto alla data del 14 settembre 2026. “Ma nel regno di Igor Taruffi”, responsabile organizzazione del Pd, “tutto è possibile”, osserva un parlamentare.

Quando sarà scelto dunque il nuovo leader del Pd? Difficile che i dem decidano di fare il loro congresso in piena campagna elettorale per le Politiche. Servirà, dunque, una proroga del mandato di Schlein, che così affronterebbe le eventuali primarie del Campo largo contro Conte e soci da segretaria del Pd. In attesa di capire come la sinistra-centro sceglierà la sua leadership in vista delle elezioni politiche del 2027, i riformisti del Pd – tra cui Gori, Lorenzo Guerini, Filippo Sensi – si sono trovati sabato scorso a Prato, insieme al sindaco Matteo Biffoni, per l’assemblea nazionale dei “Riformisti del Partito Democratico”. “L’Italia è il Paese delle potenzialità inespresse: non cresce da anni, mentre crescono il costo della vita e le difficoltà di moltissime famiglie, anche a causa dell’immobilismo del Governo Meloni”, hanno detto i riformisti, che si potrebbero trovare di fronte a scelte da prendere, alcune magari dolorose, come riconoscere che, forse, non c’è più spazio nel partito di Schlein per le loro battaglie e dunque salutare la curva.

L’alternativa è restare dentro l’organizzazione che negli ultimi anni li ha trattati come ospiti e provare a candidarsi alle primarie. Gori, ex sindaco di Bergamo, europarlamentare del Pd, sembra essere in vantaggio su altri. Sta costruendo la candidatura, alla quale ha fatto un cenno nel suo intervento a Prato, e lavorando alla piattaforma, che avrà due pilastri: sì granitico al sostegno all’Ucraina, stop all’egemonia culturale di Conte nel Campo largo. “Diciamo sì alle primarie. Non perché siano l’unico modo per selezionare la leadership, ma perché non esiste che il Pd – che le ha inventate – mostri oggi di temerle”, ha detto Gori: “Sì alle primarie a doppio turno, per allargare il più possibile la partecipazione. Sì alle primarie a doppio turno e sì a primarie vere, ai gazebo, lontane dai rischi di inquinamento online. Non sappiamo, se ci arriveremo”.

Le elezioni politiche, con tutti questi annunci di Giorgia Meloni, sembrano avvicinarsi, e non è chiaro quand’è che il Pd sarà pronto. Per ora Schlein continua a ripetere la formula, “testardamente unitari”, come se bastasse il pensiero magico a tenere insieme quello che difficilmente riesce a resistere al logorio della coalizione moderna. (Public Policy)

@davidallegranti