Twist d’Aula – Lo scostamento elettorale e il debito già fatto (male)

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di Massimo Pittarello

ROMA (Public Policy) – Prendersela con Bruxelles e la presunta austerità, incolpando un nemico esterno per mascherare problemi interni, è un eterno ritorno della politica italiana. La richiesta di un nuovo scostamento paventata da Meloni e Giorgetti viene cavalcata da Salvini in modalità sovranista e antieuropea, quasi a inseguimento di Vannacci e a spaccare la maggioranza. Ulteriore dimostrazione che il tema di nuovo deficit non è economico, ma prettamente politico. Arrivano le elezioni.

Basta guardare al dibattito. L’Italia ha chiesto l’attivazione della clausola di salvaguardia generale che vale per tutta l’Unione in caso di grave recessione (art. 25), ma Bruxelles ha risposto che lo scenario di recessione non c’è. In subordine, il Governo non esclude l’articolo 26, la clausola nazionale che già sedici Paesi hanno attivato. Giorgetti in audizione — oltre ad aver sostenuto che “non si potrà rinunciare all’avanzo primario faticosamente raggiunto” — ha sostenuto che «come si sostengono maggiori spese per la Difesa in alcuni Paesi (per esempio la Finlandia), sarebbe imbarazzante non pensare di fare altrettanto per famiglie e imprese”. Tuttavia c’è da chiedersi perché farlo ora, sia perché l’Ue ha già aperto a deroghe sugli aiuti di Stato fino al 70% dei maggiori costi energetici, sia perché l’Italia sta spendendo un miliardo al mese per tagliare le accise a tutti, ricchi e poveri.

Meloni si è lamentata della mancata uscita dalla procedura d’infrazione, dandone la colpa alla coda del Superbonus (che ha lei stessa prorogato), all’Istat (i cui vertici ha nominato) e a Bruxelles (il nuovo Patto di Stabilità è stato sottoscritto dal suo Governo). Maliziosamente, il principale effetto concreto del rimanere sopra il 3% è che non ci saranno 12 miliardi di euro di flessibilità da spendere in Difesa, il che potrebbe dispiacere a Trump, ma non a chi deve fare una campagna elettorale in cui si spende per i “cannoni” e non per il “burro”. Per il resto, lo “scostamento” è un problema esclusivamente “politico”, perché economicamente ha poco senso. Il debito lo abbiamo già fatto, la “flessibilità” l’abbiamo già usata.

Il rapporto debito/Pil è passato dal 134,7% del 2024 al 137,1% del 2025, ed è previsto al 138,6% per quest’anno — il che ci farà superare la Grecia come Paese europeo più indebitato. Tutto questo a fronte di una crescita dello zero virgola, con previsioni al ribasso e al limite della recessione. I soldi sono stati spesi, ma male: pochi investimenti, poco sostegno a produttività, innovazione, tecnologia. Spesa corrente che invece continua a crescere. E il Pnrr? In assenza di seria rendicontazione non si può dare un giudizio definitivo, ma certo non sembra essere stato quel “Piano Marshall” che ci si aspettava, anche se la dotazione finanziaria è stata assai maggiore.

Sempre Giorgetti alla Camera ha puntualizzato che del Pnrr finora sono spesi 107 miliardi, non 200, molti a copertura di spese già programmate. Assunzioni di giovani e donne, rinnovabili, comunità energetiche, asili nido, formazione (iscrizioni ITS in calo e 7 miliardi ai centri per l’impiego) non hanno dato la modernizzazione del Paese che ci si aspettava. La digitalizzazione della giustizia da 2,9 miliardi formalmente è completata, ma gli effetti non sono rivoluzionari e il “pendente” è tornato a crescere (da 2,72 a 2,91 milioni di casi). E sulla digitalizzazione della Pa, è documentato che il costo medio per realizzare un sito web istituzionale è triplicato grazie ai fondi Pnrr. Ecco dove sono finiti molti dei soldi. Se poi si aprisse il capitolo Superbonus, il più grande trasferimento di debito pubblico verso famiglie ad alto reddito della storia repubblicana, è evidente che i soldi non sono mancati.

In questo quadro, le trasversali richieste del fronte “andiamo di scostamento” assumono un sapore particolare, tutto politico. La Lega spinge per uscire dal Patto anche da soli, in modalità sovranista quasi vannacciana. Tajani blocca l’ipotesi, creando ulteriori dissapori in maggioranza, ma il giorno dopo aver invocato il ritorno del MES — strumento sul quale aveva passato anni a costruire la narrativa antieuropeista — ha precisato che il MES non è democratico perché sottratto al controllo del Parlamento europeo. La Cgil, in audizione sul Dfp, ha chiesto la sospensione del Patto, il divieto di licenziamento e un nuovo Next Generation EU. Qualcuno ha chiesto un non meglio identificato “Pnrr dell’energia”. Ci aspettiamo che qualcuno tiri fuori un nuovo MES sanitario. È un coro stonato che ha però un tema unico: spendere di più, senza spiegare cosa cambierà.

A ben guardare, in questi ultimi anni l’Europa — tra mille errori, costanti ritardi, tanta burocrazia e regolamenti a volte minuziosi al limite del kafkiano — in casi emergenziali ha sempre prestato aiuto: dal whatever it takes ai tanti interventi durante il Covid, fino ai sostegni contro l’inflazione e ai nuovi programmi di debito comune in cantiere. Si potrebbe fare meglio, ma la mancata crescita, anzi la crisi italiana, non è un’emergenza. È una condizione strutturale che dura da venticinque anni, e che nessun Recovery Fund può risolvere se nel frattempo non si toccano i fondamentali. Anche perché ci sarà una ragione se siamo sempre ultimi nella classifica del Pil europeo. Lo scostamento di bilancio non è la cura. È, al massimo, un anestetico in vista delle elezioni. (Public Policy)

@m_pitta