ROMA (Public Policy) – Riprenderà mercoledì l’esame del decreto Lavoro in commissione Lavoro alla Camera dove però le votazioni non inizieranno prima della settimana prossima. Si attendono, infatti, i pareri del Governo sui circa 330 emendamenti di cui si compone il fascicolo di possibile modifiche al netto delle proposte dichiarate inammissibili.
Se la maggioranza procede coesa sulla volontà di adeguare le norme in materia di lavoro tramite piattaforme digitali alla direttiva europea, lo stesso non può dirsi per altri interventi. A partire dalla definizione di Tec (trattamento economico complessivo) al quale è legato il “salario giusto” attorno al quale ruota la struttura del decreto.
Mentre Forza Italia non firma nessun emendamento per individuare il perimetro del Tec, alcune soluzioni le propongono Lega e Fratelli d’Italia. Si tratta però di un tema sul quale sarà necessaria una riflessione più approfondita che, molto probabilmente, porterà ad un emendamento dei tre relatori. Bisognerà cercare una definizione che non sconfini troppo nel terreno delle parti sociali. Motivo per cui una delle ipotesi sarebbe proprio quella di rimettere a un tavolo con le organizzazioni l’indicazione di cosa compone il Tec. Un’ipotesi che, tuttavia, gli azzurri non condividerebbero perché significherebbe rimandare l’applicabilità del decreto stesso.
Ma quello del Tec non è l’unico nodo con cui la commissione Lavoro dovrà fare i conti. Ha superato la tagliola delle inammissibilità, ad esempio, la proposta arrivata (con tre identici emendamenti) da Lega e Forza Italia che ripropone una versione aggiornata della cosiddetta norma ‘salva imprenditori’ già presentata in passato dalla maggioranza. Questa volta gli emendamenti stabiliscono che “nei confronti dei datori di lavoro che applicano il trattamento economico complessivo” previsto dai contratti siglati dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative, “l’eventuale rideterminazione giudiziale della retribuzione ha efficacia esclusivamente per il periodo successivo alla proposizione della domanda avente ad oggetto l’accertamento della non conformità ai principi dell’articolo 36 della Costituzione”.
A far discutere poi sono alcuni emendamenti promossi dalla Lega che sembra correre una partita in autonomia sulle modifiche al decreto 1° maggio. Tra le proposte del Carroccio, infatti, spunta quella secondo cui “i contratti collettivi nazionali che non sono rinnovati per un periodo superiore ai 6 anni” cessano “ogni efficacia e vengono cancellati dall’Archivio dei contratti del Cnel”. L’emendamento aggiunge che “le aziende che applicano il contratto cessato devono adottare entro 90 giorni un diverso contratto collettivo nazionale di lavoro”.
Nelle ore successive alla presentazione dell’emendamento si è osservato come una norma del genere colpirebbe direttamente la situazione del contratto di lavoro giornalistico. Ma la Lega ha voluto evidenziare come “è impensabile che un lavoratore debba attendere dieci anni per il rinnovo del contratto di categoria e l’emendamento che la Lega ha presentato al decreto Lavoro vuole andare nella direzione di sbloccare questa situazione”, hanno dichiarato in una nota i deputati della Lega in commissione Lavoro considerando “assurdo che le opposizioni, invece di entrare nel merito dei diritti dei lavoratori, preferiscano montare una polemica sterile e strumentale. Mentre qualcuno difende la libertà di stampa esclusivamente a parole, noi stiamo difendendo i giornalisti con azioni concrete”, hanno detto ancora gli esponenti del Carroccio.
Ed è sempre della Lega a voler recuperare la versione dell’articolo 10 di una prima bozza del decreto. Un emendamento, più volte annunciato dal sottosegretario Claudio Durigon, stabilirebbe infatti che “gli incrementi dei trattamenti economici previsti dai rinnovi dei contratti collettivi nazionali di lavoro decorrono dalla data di scadenza del precedente contratto collettivo nazionale di lavoro, fatta salva la diversa disciplina già prevista dal contratto collettivo nazionale di lavoro scaduto”.
La norma andrebbe quindi a sostituire l’attuale articolo 10 che, invece, rimette all’autonomia delle parti la disciplina, in sede di rinnovo, delle decorrenze degli incrementi retributivi, degli eventuali importi una tantum e degli strumenti di copertura economica del periodo intercorrente tra la scadenza del contratto collettivo nazionale di lavoro e la sottoscrizione del relativo rinnovo. Lo stesso emendamento, inoltre, prevede che “in caso di mancato rinnovo dei contratti collettivi, le retribuzioni sono adeguate, a titolo di anticipazione forfettaria dell’incremento retributivo previsto dal comma 1, alla variazione dell’Ipca, nella misura pari al 50% della stessa“. (Public Policy) GPA





