La linea del sostegno (o no) a Kiev è entrata in campagna elettorale

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di David Allegranti

ROMA (Public Policy) – La scontata rielezione di Matteo Salvini, avvenuta con poco meno del 76 per cento, si porta dietro alcune questioni da risolvere. Per il Governo Meloni, anzitutto. Probabilmente, il segretario del Carroccio avrebbe comunque riconquistato per altri quattro anni la segreteria con qualsiasi messaggio identitario, vista la scarsità di opponenti competitivi nella Lega (Massimo Garavaglia ci ha messo signorilmente la faccia); Salvini però ha scelto di presentarsi con una piattaforma discutibile per la postura internazionale dell’Esecutivo: “Non possiamo continuare a mandare soldi e armi” a Kiev, ha detto Salvini, che annuncia battaglia in Consiglio dei ministri pur rivendicando di essere stato per quattro anni un leale alleato della presidente Meloni, che peraltro si è congratulata pubblicamente per la rielezione del suo ministro dei Trasporti. “Grazie Giorgia Meloni! Obiettivo continuare a vincere e ben governare insieme, con una Lega sempre più forte al tuo fianco”, ha scritto Salvini su X.

Il problema è che in teoria davanti c’è ancora un altro anno di vita del Governo o giù di lì, non essendo chiaro quand’è che si tornerà a votare, se in primavera o alla scadenza naturale in autunno. In ogni caso, Salvini sembra adottare il modello più congeniale alla campagna elettorale battagliera. Probabilmente, il segretario della Lega ha visto che l’ex compagno di partito Roberto Vannacci, considerato a tutti gli effetti un traditore politico, sta subendo una flessione nei sondaggi, con il suo Futuro nazionale, e quindi cerca di approfittarne per provare a tornare essere il secondo partito del destra-centro in generale. Non sarà semplice perché la corrispondenza d’amorosi sensi con l’elettorato nordista, quello imprenditoriale persino, s’è interrotta da tempo e non si capisce bene che cosa dovrebbe cambiare nel frattempo. Salvini cerca ancora una volta di recuperare i mitologici “governatori del Nord”, compreso un ex presidente come Luca Zaia, ma per quanto lo stesso Zaia e Massimiliano Fedriga non amino lo scontro diretto con il segretario, il malessere è sempre ben presente. Salvini cerca di coinvolgerli nella segreteria, ma il ruolo di feticcio politico non è esattamente quello più congeniale per i leader del Nord carichi di consenso personale.

Interessante notare che il pacifismo irenico – si fa per dire – di Salvini fa il paio con un altro pacifismo irenico che sta avanzando nel Campo largo, dove la linea del “basta armi a Kiev” prevale nel M5s ma anche in qualche elemento di disturbo della sinistra interna al Pd. Come quella rappresentata dall’ex segretario Pier Luigi Bersani, che qualche settimana fa a Firenze ha tracciato il programma del Campo largo all’insegna del pacifismo totale: “No alla guerra senza se e senza ma, ripresa degli organismi internazionali e del diritto internazionale, no al riarmo indiscriminato”. E l’Ucraina? “Non ci piove che c’è un limite evidente dell’azione europea che è quello di non avere mai accompagnato il sostegno all’Ucraina con una vera iniziativa negoziale. Una postura negoziale… Sì, il ministro degli Esteri Vaticano a Mosca, quello della Cia va a Mosca, e noi niente. Noi a casa. Basta con i linguaggi da escalation che ci sentiamo tutti i santi giorni venire dalla Von der Leyen e da altri. Iniziativa negoziale”, è stata la prescrizione di Bersani, che pure non vuole smettere di aiutare l’Ucraina, dice. L’Italia e l’Europa però devono “dare una mano all’Ucraina in un contesto nel quale avanziamo una prospettiva negoziale e abbassiamo assolutamente i toni dicendo chiaro che noi non siamo per un’escalation di questa situazione”.

Alla fine sono tutti d’accordo insomma. Da Salvini a Conte a Bersani. La linea del sostegno o non sostegno a Kiev è saldamente entrata nella campagna elettorale delle prossime elezioni politiche, vediamo quale prevarrà tra gli elettori. (Public Policy)

@davidallegranti

(foto cc Palazzo Chigi)