La ricerca di profondità strategica dell’Italia passa dal Kenya

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di Francesco Galietti*

ROMA (Public Policy) – Per gran parte dei media il vertice G7 di Evian si è ridotto alla coda di polemiche che ha fatto seguito al summit: un teso botta e risposta tra Washington e Roma sulla reale entità dell’impegno italiano assicurato agli Stati Uniti, con ricostruzioni divergenti su che cosa Meloni avesse promesso e su quanto gli statunitensi si attendessero. È stata questa controversia, più di ogni altra cosa, a monopolizzare l’attenzione.

La polemica ha in parte oscurato la portata della presenza, accanto ai Sette, del presidente del Kenya, William Ruto. Il presidente keniano è arrivato al G7 a ricordare che l’Africa chiede investimenti, creazione di valore sul proprio territorio e un costo del capitale più equo. Ruto ha inoltre invocato garanzie e meccanismi di condivisione del rischio per sbloccare i capitali africani e ridurre il costo del debito, sostenendo al tempo stesso che i minerali dovrebbero essere lavorati in Kenya e, più in generale, nel continente africano.

Dalla prospettiva del Governo italiano il Kenya è un partner molto interessante tanto che, lontano dai riflettori, ha intessuto con Roma legami vieppiù stretti. Durante la visita di Ruto in Italia ad aprile – con incontri al massimo livello, dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, dal ministro degli Esteri Antonio Tajani al ministro della Difesa Guido Crosetto fino al presidente della Camera Lorenzo Fontana – sono stati siglati diversi accordi strategici bilaterali, tra cui un’intesa di cooperazione nel settore della difesa che segna la volontà dell’Italia di rafforzare i propri interessi navali nella regione.

Quel rapporto, peraltro, non parte da zero. L’Italia dispone già di un avamposto navale nel vicino bacino somalo: la base militare di supporto ‘Amedeo Guillet’ a Gibuti, hub logistico delle operazioni nel Corno d’Africa, nel Golfo di Aden e nell’Oceano Indiano, e il contingente con base avanzata a Mogadiscio, dove la Marina italiana opera storicamente a sostegno della sicurezza marittima e dell’addestramento delle forze somale. Il consolidamento del legame con il Kenya estende verso sud questa presenza, completandola sul versante del bacino keniano.

A saldare il rapporto concorre poi una presenza italiana che in Kenya affonda radici profonde: il Centro Spaziale ‘Luigi Broglio’ di Malindi, base dell’Agenzia Spaziale Italiana sulla costa dell’Oceano Indiano, unico avamposto operativo dell’ASI fuori dai confini nazionali. Le sue stazioni di terra seguono satelliti italiani, europei e statunitensi, e Roma punta a rilanciarne la missione per il lancio di micro-satelliti di osservazione della Terra. Difesa e aerospazio fanno così del Kenya un vettore di profondità strategica per il Piano Mattei di Meloni.

In aprile è stato inoltre adottato un Piano d’Azione triennale nell’ambito del Piano Mattei, che dispone inizialmente di circa 5,5 miliardi di euro. Per quanto la cifra sia rilevante, soprattutto per un Paese come l’Italia, sarà ancora più importante il modo in cui queste risorse verranno impiegate. Il Kenya è il Paese che può dare al Piano una solida struttura nell’Africa orientale: ha una presidenza autorevole, una posizione costiera strategica, un settore privato sviluppato e un apparato diplomatico capace di giostrare con disinvoltura su più tavoli contemporaneamente.

Quanto al Piano Mattei, si presenta come una forma di cooperazione che punta a smarcarsi dal passato colonialista europeo nel Continente Nero. Non estrazione di risorse né iniziative di facciata, ma una partnership tra pari – è, questa, la narrazione su cui Meloni ha costruito la propria politica africana, e che si accorda con il messaggio portato da Ruto a Evian. Al summit dei Sette, il primo ministro canadese Mark Carney ha espresso con chiarezza l’idea che il G7 non governa più il mondo da solo: la presenza di partner come il Kenya dimostra che, per affrontare i problemi globali, sono ormai necessarie coalizioni più ampie. In questo contesto un Paese delle dimensioni dell’Italia accrescerebbe la propria influenza scegliendo i ponti giusti prima che lo facciano gli altri.

A rendere Nairobi un interlocutore chiave è anche la sua postura internazionale. Il Kenya non ha ceduto alle lusinghe della Cina: Ruto ha rifiutato il vecchio schema secondo cui l’Africa dovrebbe scegliere tra Washington e Pechino, puntando invece a costruire molteplici collaborazioni coerenti con le priorità economiche del proprio Paese. In un momento in cui le partnership africane di Pechino comportano spesso costi elevati e gli Stati Uniti risultano più difficili da interpretare, l’Italia può occupare lo spazio lasciato libero dalle grandi potenze e costruire relazioni fondate sulla parità.

C’è infine una dimensione geografica che rende il Kenya decisivo. Affacciato sull’Oceano Indiano, esso consente all’Italia di irrobustire con un versante africano il corridoio indo-arabo-mediterraneo — l’IMEC, l’India-Middle East-Europe Economic Corridor — di cui l’Italia, con il porto di Trieste, è il terminale europeo. Una politica africana di successo garantirebbe a Roma un ventaglio più ampio di rotte commerciali ed energetiche, rafforzando la sua posizione tra il Mediterraneo e l’Oceano Indiano occidentale e ancorando la penisola a una delle grandi direttrici della connettività globale. (Public Policy)

*esperto di scenari strategici, fondatore di Policy Sonar

(foto cc Palazzo Chigi)