Pressione fiscale e patrimoniale: basta abracadabra demagogici sulle tasse

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di Carmelo Palma*

ROMA (Public Policy) – Ci sono pochi temi politici su cui il rapporto tra percezione e realtà è problematico quanto sulle tasse, proprio perché la loro realtà dipende anche dalla loro percezione. Le tasse sono sempre alte se i contribuenti le avvertono come tali, in rapporto ai servizi che ne ricavano o al sacrificio che ne patiscono; sono invece sempre basse se a esserne gravato è chi appare ingiustamente esentato dal maggior onere dovuto. Il livello delle tasse è in ogni caso giusto in relazione a un ideale di giustizia del mondo.

Gli stessi concetti di “capacità contributiva” e di “progressività”, come parametri del concorso dei cittadini alle spese pubbliche (articolo 53 della Costituzione), non sono affatto oggettivi, in primo luogo perché l’importo complessivo delle spese a cui concorrere non è politicamente neutrale, visto che dipende dalla funzione che chi le stabilisce assegna ad esse, e in secondo luogo perché il quanto e il come della capacità contributiva e della progressività, cioè il loro contenuto concreto, dipendono da valutazioni politicamente discrezionali, anche se democraticamente legittimate.

Chiunque parli di tasse incorpora nel discorso un’idea politica di giustizia, ma dovrebbe anche – e non sempre avviene – incorporare un’etica del risultato (o della responsabilità) sulla coerenza e adeguatezza tra i mezzi utilizzati e i fini perseguiti. Come è noto infatti l’Italia, che nel 2025 era quinta nella graduatoria Ue del rapporto tra pressione fiscale e Pil (42,9%, dato più alto dell’ultimo decennio), davanti a Finlandia e Svezia, non per questo ha saputo assicurare ai suoi cittadini servizi di qualità scandinava. Tutto ciò premesso, se pure in materia fiscale i numeri in sé non dicono tutto, nondimeno bisognerebbe evitare discorsi che ne alterano sia la realtà, sia la percezione; ciò che appunto sta avvenendo nelle polemiche sul livello della pressione fiscale e sulla cosiddetta patrimoniale.

Partiamo dal primo punto: il Governo ha tagliato, come dice la maggioranza, o ha aumentato, come dicono le opposizioni, la pressione fiscale? Qui bisognerebbe dire la verità – per quanto sia controintuitiva – e cioè che l’andamento della pressione fiscale, essendo un rapporto tra gettito e Pil, non replica semplicemente gli interventi effettuati in materia di aliquote. Dunque, le due affermazioni sono sì contrarie, ma entrambe false. Se il Pil cresce meno del gettito – ad esempio, come nel caso italiano, perché l’occupazione aumenta anche a causa della scarsa produttività – la pressione fiscale può crescere anche a fronte di una diminuzione delle aliquote tributarie e contributive. Inoltre la pressione fiscale può aumentare per i migliori risultati della lotta all’evasione o per effetto dell’inflazione, perché l’aumento nominale dei redditi può spingere i contribuenti verso scaglioni più alti o ridurre il peso relativo di detrazioni e deduzioni. È esattamente quello che è successo in Italia.

Questo aumento della pressione fiscale non fa di Meloni, come la definiscono le opposizioni (copyright Matteo Renzi), una “Lady Tax”, ma per la stessa ragione non autorizza la presidente del Consiglio a rivendicare di avere abbassato le tasse con i suoi interventi sulle aliquote Irpef e sul cuneo contributivo; semmai, più modestamente, di avere ridotto un aumento della pressione fiscale che i cittadini subiscono e che segue inerzialmente le dinamiche indotte da un sistema economico inefficiente e da un livello di spesa pubblica ingiustificatamente elevato. Problemi che devono essere correttamente addebitati proprio alla responsabilità del Governo.

Impedire che il dibattito sulle tasse finisca per essere dirottato dagli abracadabra linguistici o numerici della politica è altrettanto importante a proposito della cosiddetta patrimoniale. Non è vero, come si sostiene, che in Italia non ci sia una patrimoniale, giacché ce n’è più di una (sugli immobili, sui veicoli, sugli strumenti finanziari…). Quella che non c’è – come praticamente in tutta Europa, a parte la Spagna – è una tassa sulla ricchezza personale (wealth tax). Ci sono invece svariate tasse sulle proprietà (taxes on property), che in Italia producono un gettito superiore alla media europea sia in rapporto al Pil (2,2% contro 1,8%), sia in rapporto al totale del gettito (5,3% contro 4,5%), come si evince da questo report della Commissione europea (tabelle 73 e 74).

Insomma, proprio perché la materia fiscale è particolarmente sensibile e interessa direttamente tutti i cittadini e perché il dibattito politico è già di per sé complicato da presupposti ideali e anche morali divergenti e incomponibili, servirebbe un’etica del linguaggio politico, per evitare di farne una macchina di illusioni e inganni. (Public Policy)

@CarmeloPalma

*l’autore è responsabile dell’Ufficio legislativo di Azione al Senato