di David Allegranti
ROMA (Public Policy) – Un mese al referendum sulla giustizia. Il merito della riforma sembra già essere scomparso, a vantaggio del duello politico fra Governo e magistratura, ben supportata dall’opposizione come dimostrano, fra le tante, le parole del capogruppo del Pd al Senato Francesco Boccia che definisce questo voto “la scelta più importante della legislatura”. Il referendum “non è uno scontro tra destra e sinistra, ma un passaggio decisivo sull’equilibrio tra i poteri e sulla qualità della nostra democrazia costituzionale”. “Non facciamoci fregare, votiamo No al referendum salva-casta”, dice ancora Giuseppe Conte, leader del M5s, sui suoi social.
Il No è risalito nei sondaggi, lasciando spazio alla possibilità – o forse alla necessità – che la presidente del Consiglio Giorgia Meloni intervenga direttamente nella campagna elettorale. C’è tuttavia un problema non secondario per la leader di Fratelli d’Italia, un limite da non superare ma facilmente e forse naturalmente superabile. La presenza attiva in questo mese potrebbe politicizzare il referendum, anche se è facile ipotizzare che Meloni non farebbe come Matteo Renzi nel 2016, quando offrì la propria testa all’elettorato, spiegando che avrebbe lasciato Palazzo Chigi in caso di sconfitta. Lo stesso Renzi oggi dice che la presidente del Consiglio dovrebbe comunque lasciare, qualora perdesse, perché quella che va al referendum è una riforma fatta a colpi di maggioranza, senza possibilità di modifiche in Parlamento, dunque legata alla prosecuzione della vita politica del Governo Meloni. È anche vero però che Meloni è l’unico politico per autorevolezza in grado di spostare voti a vantaggio del Sì. Il frastagliato fronte favorevole alla riforma non ha testimonial migliori della presidente del Consiglio. Con quale modalità?
Intanto, le parole di Sergio Mattarella sulla “necessità di rinnovare con fermezza l’esortazione al rispetto vicendevole in qualsiasi momento, in qualsiasi circostanza nell’interesse della Repubblica” sono state un messaggio chiaro per il governo. Ancora risuona la sortita del ministro della Giustizia Carlo Nordio, che nei giorni scorsi ha parlato in termini assai negativi del ruolo delle correnti nel CSM, che secondo lui avrebbero creato un “sistema paramafioso”. Il ministro ha detto di non capire “tanta indignazione scomposta alle mie dichiarazioni. Io mi sono limitato a citare le affermazioni di Nino Di Matteo, un noto Pm preso a modello dal Pd e dalla sinistra, riportate da Il Fatto Quotidiano e da altri giornali, quindi fonti non particolarmente vicine a noi, nel settembre 2019. Di Matteo parlò di ‘mentalità e metodo mafioso’”.
Dopo l’esortazione del presidente della Repubblica, Nordio ha detto che si adeguerà, ma l’impressione è che, appunto, a un mese dal referendum costituzionale abbassare i toni non sarà più possibile; l’impressione è che tutti continueranno a delegittimare l’avversario. E qui torna in gioco il ruolo di Meloni, che ha bisogno di mobilitare non soltanto i suoi elettori ma anche quelli di sinistra. Non è vero infatti che i favorevoli alla riforma stanno soltanto a destra, come dimostrano le presenze autorevoli di Stefano Ceccanti, Enrico Morando e altri schierati per il Sì.
Il problema è, di nuovo, trovare un punto di equilibrio. Le parole della presidente del Consiglio sul caso Sea Watch sono state dure. “Non più tardi di ieri ho commentato la surreale decisione della magistratura di condannare il ministero dell’Interno al risarcire con i soldi degli italiani un immigrato irregolare con 23 condanne alle spalle che lo Stato aveva avuto l’ardire di trasferire nel Cpr in Albania per l’espulsione”, ha detto Meloni mercoledì scorso. “Una notizia vergognosa, ma che sembra una sciocchezza rispetto a quello che è accaduto oggi. Vi ricordate Carola Rackete, che nel 2019 sperono’ una motovedetta della Guardia di Finanza per portare con la nave che comandava degli immigrati irregolari in Italia? Non solo all’epoca la Rackete è stata assolta perché secondo alcuni magistrati è consentito forzare un blocco di polizia in nome dell’immigrazione illegale di massa. Ma oggi i giudici prendono un’altra decisione che lascia senza parole. Hanno condannato lo Stato italiano a risarcire con 76mila degli italiani la ong proprietaria della nave capitanata dalla Rackete perché dopo lo speronamento ai danni dei nostri militari l’imbarcazione era stata, giustamente, trattenuta e posta dopo sequestro. Decisione della magistratura commentata felicemente dalla ong che dichiara testualmente: ‘Il diritto ancora una volta da ragione alla disobbedienza civile’”.
Ecco, difficile che questa possa essere la strategia comunicativa più efficace per appellarsi favorevolmente all’opposizione per il Sì al referendum. (Public Policy)
@davidallegranti
(foto cc Palazzo Chigi)





